13 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 13 Giugno 2021 alle 08:02:35

Cronaca

Quelle cure solo per pochi. Il dramma di Francesco e della sua famiglia

La corsa verso il Pronto soccorso, la nascita prematura


I numeri dimostrano che accade sempre più di frequente, soprattutto nelle città più inquinate. Capita di nascere con la vita in salita, perché ancora non sarebbe il momento di venire al mondo, eppure lo è.

I bambini prematuri sanno, sin dal primo istante, che la vita non è una cosa facile, che per essa bisogna lottare. Francesco Pio è uno di loro, oggi ha dieci anni e le difficoltà le continua a mangiare, come fossero pane. Con la mamma che lo porta in grembo, arriva all’ospedale Ss. Annunziata, una sera del 2005, alla sua 21esima settimana.

Sono le 21.15 circa, i medici del Pronto Soccorso sentenziano che si deve effettuare un taglio cesareo d’urgenza, perché non si può aspettare: Francesco deve nascere. Il medico però non c’è, e mamma e figlio aspettano ancora un paio d’ore, nel reparto di Ginecologia dell’ospedale. Due ore che saranno determinanti purtroppo, almeno secondo i periti incaricati dalla famiglia.

E’ tuttora in corso un procedimento giudiziario per l’accertamento dei fatti avvenuti quella sera. Un notevole stress respiratorio causa una tetraparesi spastica: il risultato di quell’attesa ingiustificata. Da allora i genitori di Francesco hanno sempre sperato nella guarigione del loro figlio e, affrontando notevoli disagi economici e psicologici, lo hanno portato in diversi ospedali italiani, spingendosi poi all’estero, in Europa e in altri continenti. Il primo significativo risultato lo hanno ottenuto attraverso il Ciren (Centro Internazionale di Riabilitazione Neurologica) di Cuba, un’istituzione medico-scientifica del governo dotata di tecnologie dell’ultima generazione.

Oggi la diagnosi è mutata in diplegia, ma le difficoltà per lui e per la sua famiglia non sono cambiate. Anche a scuola si è dovuto lottare per avere il sostegno, lottare per un diritto. Lottare per le cure, con la consapevolezza che non si fa mai abbastanza. Da ogni angolo del mondo arrivano notizie su strutture all’avanguardia, terapie che il nostro Servizio Sanitario Nazionale non contempla.

“La mia famiglia – sottolinea il papà di Francesco – ha impiegato notevoli risorse economiche per assicurare al bimbo tutte le cure e le terapie di cui ha bisogno, anche se raggiungere questi percorsi sanitari significava, il più delle volte, andare all’estero. Siamo partiti per la Slovacchia, alla volta dell’Adeli Medical Center, una struttura di neuroriabilitazione intensiva, che propone speciali programmi di trattamento, in alcuni casi sperimentali. Oltre 7000 pazienti trattati hanno visto un netto miglioramento delle loro condizioni di salute. Ma chi non può permetterselo come fa?” Il signor I. pone l’accento proprio su questo punto. Il problema di suo figlio sarebbe stato causato da una disfunzione della sanità pubblica, saranno i giudici a stabilirlo, eventualmente. Intanto gli strumenti terapici più appropriati, Francesco li ha trovati fuori dai confini nazionali. “Mi batto per mio figlio, ma anche perché chiunque ne abbia bisogno possa avere accesso alle cure giuste, e possa essere aiutato dallo Stato, soprattutto se queste terapie non sono disponibili in Italia”.

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