Cronaca

Perchè serve la politica


TARANTO – Socialisti, comunisti, democristiani. Testimoni di una politica ormai lontana, che portava con sè quella magia ideologica che sembra essere caduta irrimediabilmente nell’oblio. Compagni e compagne di tutta Taranto (ma non solo) si sono uniti ieri sera, alla libreria Mondadori, per la presentazione del libro di Pinuccio Stea “Taranto da Lorusso a Cannata – Ovvero il ritorno dei rossi – 1971-1982” (Scorpione Editore). Oratori d’eccezione Claudio Signorile, già ministro dei Trasporti e degli Interventi Straordinari per il Mezzogiorno, Domenico Amalfitano, già sottosegretario alla Pubblica Istruzione e Beppe Vacca, presidente nazionale della Fondazione Istituto Gramsci. Nell’affollata libreria di via De Cesare hanno preso posto diversi volti noti della politica tarantina: dall’assessore regionale al Bilancio Michele Pelillo, all’ex assessore comunale Dante Capriulo.

Una serata magica per chi ha avuto l’opportunità di ascoltare, dalla viva voce dei protagonisti, la storia politico-economica che ha segnato indelebilmente Taranto nel corso di quel decennio. “I dieci anni dal 71 all’82 sono caratterizzati dal raddoppio dell’Italsider – ha esordito Stea. E’ proprio in questo periodo che si comincia a manifestare una prima coscienza ambientalista. Dal punto di vista politico, invece, sono anni burrascosi, nel corso dei quali per ben quattro volte consecutive il Parlamento viene sciolto”. Contestualmente, a Taranto, si inizia a parlare di università. “Il problema dell’università a Taranto – ha spiegato il prof. Domenico Amalfitano – si fonda su una sorta di paradosso. Con la giunta Lorusso matura il dibattito sull’ipotesi di una università libera. Un dibattito culminato con una delibera del Consiglio comunale che nel 71 prende atto che non è possibile portare l’università a Taranto e per questo si chiede un centro studi. Dopodichè la questione universitaria è completamente assente dal dibattito politico. L’animo era di completa rassegnazione. In seguito nessuna città ha speso quanto Taranto per l’università ma per il decentramento, per pagare i docenti che venivano da fuori e non per innovare. La classe politica dell’epoca badava ai numeri ed ai corsi decentrati”. In quegli anni, parallelamente al dibattito sull’università, si inizia a parlare dello sviluppo dello scalo portuale tarantino. Nel libro di Stea si fa cenno a due fasi contraddistinte dell’avanzata dei “rossi” che approdano a Palazzo di Città: una fase propulsiva fatta di rapporti unitari ed una fase critica fatta di verifiche. “Nel mio libro – ha spiegato l’autore – si cita spesso la figura di Claudio Signorile, chiamato a risolvere le diatribe, tutte interne alla sinistra, che si manifestavano a livello locale”. Un problema, quello del porto, che secondo l’ex ministro dei Trasporti “non viene capito dalla politica, infatti, non se ne parla per niente. In quel periodo Taranto si avviava ad essere un porto industriale anche alla luce degli insediamenti dell’Italsider e dell’Agip. Ma in quegli anni, se non occasionalmente, non se ne parla. Non viene compreso neanche lo sviluppo del molo polisettoriale. A mio modo di vedere, gli anni compresi tra il 1971 ed il 1982 sono centrali per due aspetti. Innanzitutto il piano regolatore. Dopo la scelta radicale di industrializzare le aree per far insediare l’Italsider ricordo bene che c’era la consapevolezza, in determinate realtà, della troppa vicinanza di quegli insediamenti. Se si fosse considerato questo aspetto la storia della città sarebbe radicalmente cambiata. Ma il piano regolatore – ha continuato il prof. Claudio Signorile – resta una ferita aperta per la città. L’altro aspetto chiave è costituito dalle conseguenze derivanti dall’insediamento dell’Italsider. Attraverso l’Italsider si stava somministrando un veleno ma questo non si è trasformato in coscienza ambientalista. Nel 1971 si parlava di pesci morti e di liquami in mare ma nessuno si interrogava sui fumi e sul sostanziale “non controllo” anche perché mancava una cultura tecnica. L’attuale accumulazione di diossina è il risultato di 50 anni di emissioni. Queste cose non sono mai diventate argomento di discussione della politica”. Un assunto sul quale ha concordato anche il prof. Beppe Vacca: “Dopo il ‘64 si registra una totale inadeguatezza della classe dirigente italiana a guidare lo sviluppo”. Corsi e ricorsi storici che hanno permesso di fare un salto temporale ai giorni nostri. Difficile capire, infatti, se il disinteresse degli italiani (ed in particolare dei tarantini) nei confronti della politica derivi dall’inadeguatezza della classe dirigente o dall’abbandono delle ideologie. “Non c’è distacco dalla politica ma c’è mancanza di offerta – ha spiegato Signorile – un assunto che si può meglio chiarire con il concetto di “costo di transazione. Quando si ha una classe politica i cui costi non corrispondono a quelli della transazione si apre una crisi sociale. Il disimpegno non può essere considerato qualunquismo anche nel caso di Grillo, che non considero un qualunquista ma un demagogo”. Ma perchè la politica non funziona? A sciogliere il dubbio amletico ci ha pensato, in chiusura, il prof. Beppe Vacca: “Quando non funziona la politica vuol dire che non dirige, significa che sta dirigendo un’altra politica, altri centri di interesse”.

Fabio Mancini

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