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21 Maggio 2022 - Ultimo aggiornamento il: 21 Maggio 2022 alle 06:42:03

Cronaca

Sanità, guerra ai ticket. Al via a Taranto la raccolta firme

Da oggi al Ss. Annunziata l'iniziativa del Tribunale per i Diritti del Malato


Nel 2015 gli italiani hanno pagato 2.857,4 milioni di euro di ticket sanitari tra compartecipazione alla spesa farmaceutica, specialistica ambulatoriale, pronto soccorso e altre prestazioni.

A dirlo è il “Rapporto di coordinamento della Finanza Pubblica” realizzato dalla Corte dei Conti e pubblicato a marzo di quest’anno. La diminuzione dei ticket si è registrata in particolare nella compartecipazione alle prestazioni sanitarie non farmaceutiche, poco più di tre punti percentuali (3,1%), cui ha fatto riscontro invece un aumento di quella sull’acquisto dei farmaci dell’1,3%.

«E’ evidente che ai cittadini si chiede sempre di più di sopperire di tasca propria al costante definanziamento del Servizio Sanitario Nazionale e regionale, come conferma anche il Def 2016 – sostiene Silvana Stanzione, coordinatore di Taranto del Tribunale per i diritti del malato – Cittadinanzattiva. Il superticket è una vera e propria tassa sulla salute. Danneggia non solo i cittadini, ma anche il Sistena sanitario nazionale, spingendo le persone a rivolgersi al privato o a rinunciare a curarsi. E’ necessario intervenire con urgenza per eliminarlo, e per questo da giovedì 5 maggio daremo vita ad una petizione con raccolta di firme in tutta Italia per chiederne l’abolizione. A Taranto saremo dalle 10 in ospedale, Ss. Annunziata, via Bruno.

Ci appelliamo a tutti i cittadini perché aderiscano a questa iniziativa». La compartecipazione totale è la somma delle due forme di ticket possibili: sui farmaci e sulle prestazioni sanitarie (ambulatoriale e specialistica, pronto soccorso, altre prestazioni). Per i ticket sulla farmaceutica ogni Regione può decidere autonomamente la quota a carico dei cittadini: sulla specialistica ambulatoriale, sebbene sia stato fissato un limite massimo al livello nazionale di 36,15 Euro a ricetta, con l’introduzione nel 2011 dei superticket, le quote a carico dei cittadini possono essere anche molto differenti a seconda della regione dove si risiede. La quota procapite di compartecipazione media italiana è di 47 euro; la più alta si registra in Veneto con 61,6 euro a testa e in Valle d’Aosta con 59,5 euro; la più bassa in Sardegna con 32,4 euro e in Calabria con 36,7 euro.

Infatti nel 2015, in Veneto i cittadini hanno speso 303,5 milioni di Euro, in Valle d’Aosta 7,6 milioni; sul fronte opposto in Sardegna hanno speso 53,8 milioni di Euro e in Calabria 72,5. La spesa sostenuta privatamente dai cittadini per prestazioni sanitarie in Italia è al di sopra della media Ocse (Fonte: Osservatorio civico sul federalismo in sanità del Tribunale per i diritti del malato) (3,2% a fronte di una media Ocse di 2,8%). Molto diversificata anche la spesa privata per Regione (781,2 euro in Valle d’Aosta a fronte di 267,9 euro in Sicilia). Per contro, la spesa sanitaria pubblica pro capite, nel 2013, assume valori massimi nella PA di Trento (2.315,27 euro) e Bolzano (2.308,21 euro) o in Valle d’Aosta con 2.393,03 euro, mentre presenta valori minimi in Campania (1.776,85 euro). Nelle Regioni in piano di rientro si registrano livelli di tassazione più elevati: l’addizionale regionale Irpef media più alta è stata registrata nel Lazio (470 euro per contribuente) seguita dalla Campania (440 euro). Nelle stesse regioni, l’aliquota Irap media effettiva ha raggiunto il suo valore massimo (4,9%).

Un cittadino su quattro, fra gli oltre 26mila che si sono rivolti al Tribunale per i diritti del malato nel 2015, lamenta difficoltà di accesso alle prestazioni sanitarie per liste di attesa (oltre il 58%) e per ticket (31%). In particolare sono i residenti in Calabria, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Marche, Sicilia, P.A. Trento e Bolzano e Veneto, a lamentarsi di attendere troppo per visite ed esami. Per motivi economici, liste di attesa e ticket rinunciano alle cure il 9,5% degli italiani: nel Nord-ovest rinuncia il 6,2% per motivi economici o carenza dell’offerta, mentre al sud la percentuale è più che doppia rispetto al nord (13,2%). 

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