Cronaca

Buon compleanno quartiere Paolo VI

Il 18 giugno del 1966 la consegna dei primi alloggi


Il 18 giugno 1966 nacque ufficialmente il quartiere Paolo VI di Taranto. Una storia che Taranto Buonasera ha voluto ripercorrere attraverso alcuni articoli. Ecco il primo a firma del direttore responsabile Enzo Ferrari.

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Era solo un gruppo di palazzine ad un piano, con piccolo giardinetto sul davanti.

Novantadue alloggi divisi a schiera, simili a villette monofamiliari costruite in un fazzoletto di terra lontano dal mondo. Lontano dalla città, abbastanza lontano anche dalla fabbrica che però restava a disegnare l’orizzonte con le sue ciclopiche ciminiere: allora non signifi cavano inquinamento ma progresso, lavoro e stipendi. Tutt’intorno a quelle novantadue casette c’erano rocce, ulivi, mandorli e fi tti cespugli di mirto. Erano le “Macchie”, la vasta zona a nord del Mar Piccolo, sulla via per Monteiasi, dove si pensava dovesse svilupparsi la Taranto siderurgica, quella che si candidava a diventare la più grande città industriale del Mezzogiorno. Il 18 giugno del 1966 i primi pionieri presero possesso di quelle nuovissime abitazioni. Cerimonia con taglio del nastro e consegna delle chiavi.

Un sogno, per molti. Era nato il Primo Lotto delle Case Italsider. Cinquant’anni fa. Le “Macchie”, non erano ancora il quartiere “Paolo VI” ma erano il giardino naturale dove l’Italsider aveva pensato di creare un focolare domestico per i propri dipendenti. Un quartiere tutto per le tute blu del IV Centro Siderurgico. La fabbrica era la “mamma” che si prendeva cura dei propri “figli”. Era un modello economico-sociale molto attento, allora, al rapporto tra industria e territorio e già sperimentato con successo con la Fiat a Torino e con l’Olivetti a Ivrea. E per anni uno dei capisaldi della vita sociale del quartiere fu proprio il circolo Italsider, nell’antica Masseria Vaccarella, motore di pregevoli attività culturali e sportive, come i Concerti sull’erba e gli Internazionali femminili di tennis.

La costruzione di quegli alloggi fu realizzata per mano dell’Iclis, l’Istituto case per i lavoratori dell’industria siderurgica. Nel corso degli anni furono sei i lotti di abitazioni costruiti dall’Italsider-Iclis. Il nome “Paolo VI” arriverà nel 1968, quando papa Montini celebrò la messa di Natale tra gli altiforni. Finita messa, un rapido passaggio in auto proprio davanti a quelle prime abitazioni, lungo la strada per Monteiasi – l’attuale viale Cannata – che allora era una lunga lingua d’asfalto stretta tra due barriere di muretti a secco. È trascorso mezzo secolo da quel 18 giugno e nei cinque decenni successivi quel piccolo nucleo di case a schiera si è gonfi ato a dismisura fi no a diventare un quartiere di oltre diciassettemila abitanti. Un quartiere che ha via via vissuto una profonda mutazione genetica, a cominciare dal fatto che non è più stato la residenza esclusiva dei dipendenti dell’Italsider-Ilva. Sono sorte case ovunque: dall’Ospedale Nord fino alla parte più a sud, dove ha sede la Motorizzazione Civile.

Una grande trasformazione urbana e sociale, con i suoi grandi vuoti che hanno contribuito a frammentare quel senso di comunità molto forte, tratto distintivo che cementava le prime famiglie del quartiere. Paolo VI è stato a lungo la fotografi a dei disagi sopportati dalla città che man mano smarriva il suo contatto fi liale con la Grande Fabbrica. Prima l’assorbimento degli sfollati della Città Vecchia e la nascita del primo comprensorio (le cosiddette “case bianche”) con le sue profonde ferite sociali, poi la mutata composizione geografica dei suoi abitanti susseguente ai prepensionamenti che per migliaia di famiglie segnarono il ritorno ai propri paesi d’origine. Negli anni sono arrivati servizi importanti, a cominciare dalle scuole, il Politecnico, la Cittadella della Carità, l’ex scuola sindacale della Cisl, la caserma dei Carabinieri e, negli anni più recenti, la nuova sede della Corte d’Appello. Servizi che hanno mitigato quella percezione di quartiere-dormitorio che a lungo ha marchiato quel popoloso agglomerato di case a nord di Taranto. Sono aumentate anche le parrocchie, oggi sono quattro, che dal primo insediamento di Santa Maria del Galeso con gli storici parroci Renato e Antonio Ciccone, hanno sempre svolto un ruolo fondamentale di riferimento e ricucitura sociale del quartiere.

Si sono moltiplicate anche le attività commerciali – nonostante la non semplice convivenza con la vicina Ipercoop – del tutto assenti cinquant’anni fa quando – in mancanza di mezzi pubblici – le famiglie si organizzavano con le poche auto disponibili per le “spedizioni” ai Tamburi, il rione più vicino dove ci si recava per fare la spesa. A pensarci oggi erano le prime sperimentazioni di “car sharing”. Cinquant’anni dopo, Paolo VI è un quartiere variegato, nel quale la piccola edilizia privata ha affi ancato quella popolare, dove l’arrivo di giovani famiglie in cerca di case a costi accettabili ha attutito la preponderante presenza di pensionati dell’ltalsider-Ilva. Un quartiere che, a mezzo secolo dalla sua fondazione, potrebbe oggi essere trasformato in un interessante laboratorio di rinascita urbana: proprio nel quartiere che segnò gli anni felici del connubio tra fabbrica e città, si può sperimentare oggi la rappresentazione della Taranto futura: quella che dovrà in ogni caso superare la dipendenza dalla grande industria. È una sfi da che merita di essere raccolta.

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

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