29 Ottobre 2020 - Ultimo aggiornamento il: 29 Ottobre 2020 alle 13:43:57

Cronaca

Il triste destino della città di Taranto: dal dissesto all’eutanasia

L’ennesimo azzeramento della giunta comunale, annunciato un mese fa e ufficializzato dal sindaco Stefàno


Non sarà un Guttagliere in più o una Vozza in meno a cambiare le sorti di Taranto.

L’ennesimo azzeramento della giunta comunale, annunciato un mese fa e ufficializzato ieri dal sindaco Stefàno, è un altro inutile balletto; inutile per la città, buono soltanto ad accompagnare questa amministrazione alla scadenza del mandato e qualcuno dei più ambiziosi consiglieri e assessori alla ormai imminente campagna elettorale. Qualche cambio di delega per assestare gli equilibri della maggioranza, la rapida rottamazione di alcune figure che non hanno avuto nemmeno il tempo di prendere confidenza con la scrivania del proprio ufficio, l’assegnazione di incarichi fuori giunta per assicurarsi una manina in più alle votazioni in consiglio, l’ingresso dalla porticina di servizio di chi qualche tempo fa era stato costretto a saltar via dalla finestra: il rimpasto è tutto qui e non si scorge nulla che possa imprimere una svolta al governo municipale.

Tutt’al più da questa operazione pre-elettorale si incassa la conferma di strutturale inadeguatezza politica e di quanto lontani siano dal cuore e dalla testa dell’amministrazione i problemi reali e quotidiani dei tarantini.

Del resto lo stesso sindaco è stato molto esplicito: «Alcune delle scelte che compirò saranno fatte anche in funzione delle alleanze per le elezioni amministrative della prossima primavera» (parole riportate dalla Gazzetta del Mezzogiorno). Le elezioni in cima ai pensieri, dunque. Poi il solito proclama: Ilva, porto, Arsenale: dieci mesi per fare ciò che non è stato fatto in dieci anni. Basterebbe questo per azzerare, insieme alla giunta, la residua credibilità di questa amministrazione. L’incapacità di ritagliarsi un ruolo nella grande partita sull’Ilva; l’imbarazzante farcitura con interventi di assoluta ordinarietà del Contratto di Sviluppo, dove è stato infilato persino il Palazzo degli Uffici nel disperato tentativo di uscire dal guado dopo le inaugurazioni farsa di questi anni; l’umiliante manifestazione di impotenza per aver lasciato a Invitalia la totale gestione sia degli interventi che lo stesso Comune ha proposto nel Cis che il concorso di idee sulla Città Vecchia; l’inadeguatezza a gestire la riconversione delle aree demaniali, come i Baraccamenti Cattolica che potrebbero davvero rappresentare un modello di rilancio urbanistico, sociale ed economico del Borgo e che, invece, dopo anni di inescusabili ritardi ora si tenta di salvare acrobaticamente infilandoli nel bando sulle periferie (ma non sono in via Di Palma?); l’inspiegabile lentezza nell’assegnazione di beni lasciati andare malinconicamente al macero: dal centro sportivo “Magna Grecia” al “Gambero”; per non dire dell’interminabile odissea del Fusco, solo ora all’affidamento provvisorio dei lavori; la difficoltà a tenere sotto controllo le municipalizzate, in particolare l’Amiu, altra giostra dai vorticosi saliscendi di amministratori, portata sull’orlo del fallimento.

È solo un breve e non esaustivo campionario su ciò che è stato e ciò che è, su ciò che poteva essere e non è stato. La crisi legata alla complessa vicenda Ilva poteva essere un’occasione d’oro, straordinaria, probabilmente irripetibile, per avviare un processo di ricostruzione della città. Per valutare come è andata è sufficiente una passeggiata dal centro alle periferie. Dieci anni dopo il dissesto, quella che dovevano essere gli anni della resurrezione si sono risolti in una lenta e cinica eutanasia.

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche