24 Gennaio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 23 Gennaio 2021 alle 14:34:27

Cronaca

Matteo Renzi, gli insulti e le elezioni

I rischi del premier su Taranto. Ma ieri ha perso soprattutto la protesta


Quali tracce lascia la visita di Renzi a Taranto?

Proviamo a superare la tentazione di liquidare questo secondo blitz nell’arco di due anni come una semplice passerella e proviamo invece a fare alcune riflessioni, senza esaltare l’intervento del premier ma allo stesso tempo senza cedere alle usuali cantilene del lamento. Cominciamo dalla critica forse più diffusa che si è ascoltata e letta in queste ore: non c’è stato l’annuncio di soldi aggiuntivi, ma ci si è limitati ad una ricognizione sullo stato dell’arte e sull’utilizzo dei quasi 900 milioni – già in precedenza destinati a Taranto – mirati a risollevare le sorti della città.

Verissimo, per Taranto non è stato stanziato neppure un euro in più, ma il problema vero non è il mancato annuncio di nuove risorse finanziarie, ma la capacità di spendere lo spendibile. Piuttosto dovremmo interrogarci perché, per quali lentezze e inettitudini queste cifre che da anni danzano sulla testa dei tarantini siano rimaste così a lungo parcheggiate senza costrutto. Qualcosina, adesso, si comincia finalmente a spendere – soprattutto sul porto, sebbene solo sulle infrastrutture e non anche sul marketing commerciale – e questo è un primo passo importante. Il vero miracolo per Taranto sarà riuscire a utilizzare, presto e bene, questo non disprezzabile capitale rimasto troppo a lungo congelato, anche per disarmante inettitudine dei governi locali.

Il Museo: caricare di tanta enfasi l’epilogo di una ristrutturazione avviata addirittura nel 1998, lungo un faticoso percorso che per ben sette anni costrinse l’attuale MarTa alla chiusura totale, è un altro elemento sui cui riflettere.

Da una parte c’è un messaggio chiaro da parte del governo: non si è attenti solo a tutelare l’Ilva ma anche a valorizzare percorsi altri rispetto all’economia della grande industria; d’altra parte l’evento di ieri può essere una salutare scossa per gli stessi tarantini: l’incoraggiamento ad essere più orgogliosi della propria storia e, soprattutto, più attenti e svegli a valorizzarla insieme a tutte le altre risorse storiche, artistiche, archeologiche. Una valorizzazione che non può prescindere dal ripristino di quel senso civico oggi largamente latitante e dal superamento di quella sconfortante incapacità amministrativa di garantire i servizi minimi essenziali per rendere la città più accogliente ed ospitale. La grande partita sulla quale si gioca la credibilità del governo resta indubbiamente quella sull’Ilva.

Una partita iniziata non con Renzi né con Riva, ma nel lontano 1990 quando il primo decreto sull’area ad elevato rischio ambientale certificò la grave condizione, anche sanitaria, di Taranto e del suo territorio. Una partita che per troppi anni a Taranto, come a Bari e a Roma, non si è giocata con dovuta chiarezza, energia e determinazione. Nel migliore dei casi si è temporeggiato, nel peggiore si è fatto finta di nulla. Per troppo tempo.

Così l’emergenza si è declinata in una crisi talmente acuta e profonda da scivolare sull’orlo della ingovernabilità. Ad oggi, il cambio di passo reclamizzato da Renzi – come TarantoBuonasera ha già avuto modo di sottolineare nella lettera aperta indirizzata al presidente del consiglio – si è tradotto più che altro nella massiccia produzione di atti legislativi e amministrativi. Manca tuttavia la percezione di interventi concreti e incisivi utili a coniugare nella realtà ciò che finora è rimasto solo uno slogan: salute, ambiente, lavoro. Renzi – e di questo gli va dato atto – ci sta mettendo la faccia e anche ieri ha garantito che la messe di decreti su Taranto e sull’Ilva non ha – come invece è impressione diffusa – un intento dilatorio. Il premier è chiamato alla prova dei fatti, di quei fatti concreti dei quali, almeno sulla vicenda Ilva, si stenta a trovare traccia. Se nei prossimi mesi non saranno compiuti quei passi decisivi già troppe volte annunciati, allora Renzi potrà anche risparmiarsi una terza visita a Taranto nel 2017. Sullo sfondo di questa complessa vicenda restano le nette divergenze con il governatore della Puglia, Michele Emiliano.

L’auspicio è che Taranto non venga ridotta ad un campo di battaglia per regolare i conti interni al Pd. In ogni caso, la visita del presidente del consiglio, che per inciso è il segretario nazionale del Partito Democratico, può essere stata anche uno sprone, una iniezione di fiducia per il Pd tarantino, forse troppo avvitato nella gestione dei propri equilibri e per questo poco incisivo nel governo della città e fin troppo timido nell’affrontare e arginare la non marginale ondata protestataria dell’anti-politica. Già, la protesta. Chi ha perso davvero nella giornata tarantina di Renzi è stata proprio la protesta. Non perché non esista un diffuso e legittimo malcontento in città. Anzi. Ma per il modo in cui è stata espressa da gruppi e sigle ormai proiettati senza più mistero verso le elezioni comunali del prossimo anno. Ad attendere il presidente del consiglio al suo arrivo al Museo erano non più di un centinaio di persone, appena poche decine quelle al seguito dei gruppi più agguerriti e questo è già di per sé un dato significativo. Alcuni, civilmente, manifestavano la straziante sofferenza dei tanti, troppi malati di cancro.

La sofferenza non più sopportabile di una città fino ad oggi orfana di interventi risolutivi. Altri si sono abbandonati all’insulto e all’aggressione. Ed è difficile pensare che da chi resta confinato al lancio di uova, bottiglie e all’urlo di “assassino” possa scaturire una seria e credibile proposta di governo per la città.

Enzo Ferrari
Direttore responsabile

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche