Cronaca

Il fiume dei miracoli. Il mondo segreto del Tara

Il lavoro fotografico del collettivo D.A.V.


Sarebbe nato tutto lì, tra le sponde di quel piccolo corso d’acqua oggi sovrastato dalla statale 106.

Riavvolgendo il film della leggenda bisogna risalire a duemila anni prima di Cristo: Taras approda in quel fiumiciattolo con le sue navi e a quel profluvio d’acque prodigiose avvolte dai giunghi attribuisce il suo nome e vi edifica intorno una città. Taras-Tara-Taranto: è la mitologia un po’ smarrita nella memoria dei tarantini, quasi quanto gli stessi tarantini abbiano smarrito la consapevolezza di quel fiume, meta prediletta negli anni prima dell’industralizzazione, quando la litoranea salentina era patrimonio quasi esclusivo dei contadini della provincia orientale mentre i tarantini preferivano refrigerarsi negli stabilimenti balneari che costeggiavano la città vecchia, giù alla ringhiera, oppure si fiondavano ad ovest a godersi il fresco e le acque allora limpide di Lido Venere, Pino Solitario e, appunto, del fiume Tara.

Un fiume e una storia quasi rimossi, sebbene quelle acque siano ancora oggi il bagno terapeutico preferito di decine di famiglie. Oggi il mondo nascosto del Tara riaffiora grazie al lavoro fotografico del collettivo D.A.V., i tre autori pugliesi Dalila Ditroilo, Antonio Maria Fantetti e Vito Bellino. Ne è nato un libro di immagini, testi e documenti, “Tara, il fiume dei miracoli”, curato e distribuito da Der*Lab, il laboratorio di progettazione e produzione fotografica fondato dalla giornalista Irene Alison. La storia narrata per immagini il 6 settembre sarà presentata al Bitume Photofest di Lecce, dopo l’anteprima di giugno a Salice Salentino, nell’ambito di FotoArte e la puntata internazionale al Rencontres de photographie di Arles, in Francia. Probabilmente a settembre “Il fiume dei miracoli” sarà presentato anche a Taranto.

Ma quale mondo fanno riemergere le immagini del D.A.V.? «Chiariamo subito – spiega a TarantoBuonasera Antonio Maria Fantetti – che il nostro non è un lavoro di denuncia. Abbiamo voluto raccontare il microcosmo che vive intorno a questo fiume a ridosso dell’Ilva. L’idea è nata seguendo il nostro interesse per la fotografia americana sui corsi d’acqua. Il Tara lo abbiamo conosciuto nel giugno di due anni fa, mentre eravamo a Taranto per un lavoro sulle periferie. Invece abbiamo scoperto il Tara e ci abbiamo trascorso un’intera estate a fotografare». Ecco allora la quotidianità estiva del Tara: quella soprattutto delle famiglie che ne riconoscono le proprietà terapeutiche, secondo la tradizione nata con la guarigione di un asinello malato. E poi c’è l’aspetto più sorprendente: quello della fede, perché all’alba del primo settembre di ogni anno intorno a quelle acque si leva la preghiera che i fedeli intonano alla “Madonna del fiume”.

«Ogni estate intorno al Tara – racconta sempre Antonio – si riunisce una comunità che non arriva solo da Taranto, ma anche da Massafra, Bari, Monopoli, Santeramo. Il Tara è un luogo straordinario, una vertigine dello sguardo, con i suoi colori accesi, dove questa gente si ritrova, si riconosce, si rifugia».

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

La storia del fiume Tara

La storia del fiume Tara è intimamente connessa a quella dell’industria e dell’agricoltura. Va ricordato, infatti, che le acque del fiume sono utilizzate dall’ILva fin dai quando nacque l’industria siderurgica, negli anni ‘60. Anzi, il corso del fiume fu deviato proprio per assecondare il fiume alle esigenze dell’allora Italsider.

La connesione fra Tara con l’industriua e l’agricoltura è ben spiegata sul sul sito ufficiale dell’Ente Irrigazione: «Lo schema idrico Tara (…)fornisce acqua per l’irrigazione dei terreni agricoli ricadenti nell’area dell’arco ionico ad Ovest-Nord Ovest di Taranto e, ad uso industriale, all’Ilva di Taranto. Realizzato a partire dagli anni cinquanta, era esclusivamente destinato al funzionamento dell’ “Impianto irriguo Tara” a servizio, cioè, dell’irrigazione dei terreni agricoli ricadenti nell’area dell’arco ionico a ovest – nord ovest di Taranto.

In seguito, con l’insediamento nel territorio dello stabilimento siderurgico dell’Ilva, a partire dal 1970-71, il “Complesso del Tara” è stato chiamato a svolgere anche una funzione di approvvigionamento idrico a scopo industriale. Da tale epoca, infatti, una cospicua portata prelevata dal fiume Tara (mediamente 1,5mc/sec, tra un minimo di 1,20 mc/sec ed un massimo di 1,8 mc/sec) veniva somministrata, durante tutto l’anno, agli stabilimenti siderurgici dell’attuale Ilva S.p.A. per le sue esigenze di lavorazioni industriali; attualmente tale fabbisogno è ridotto a 0,5 mc/sec.»

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