27 Ottobre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 26 Ottobre 2021 alle 22:44:00

Cronaca

Quando le (cinque) stelle non stanno a guardare

La giunta grillina nel caos a Roma ed i pentastellati a Taranto


L’onestà non è un atto di fede, la si sperimenta sul campo giorno dopo giorno; la competenza e l’abilità politica nel governare una comunità, piccola o grande che sia, non sono requisiti che si acquisiscono con la semplice appartenenza a questo o a quel partito, ma sono il frutto di studio, preparazione ed esperienza maturati nel corso degli anni.

Le vicende di Virginia Raggi, sindaco pentastellato a capo del più importante e più dissestato comune italiano (12 miliardi di debiti pregressi), quello della Capitale, sono emblematiche. Sono stati sufficienti tre mesi di amministrazione per rivelare:

1) la sostanziale inadeguatezza politica e amministrativa del nuovo sindaco a pilotare una macchina della quale sembra già aver perso il controllo;

2) l’elevato grado di compromissione con metodi e ambienti di quel passato, peraltro non molto lontano, del quale si pretendeva di fare piazza pulita;

3) la nebulosità di alcune scelte, come attribuzioni di incarichi e superstipendi, sulle quali ha eccepito persino l’autorità nazionale anticorruzione. Siamo cioè esattamente all’opposto di quanto ossessivamente predicato dal Movimento Cinque Stelle, che fin dalla sua fondazione ha intonato il mantra dell’onestà, della competenza, della propria diversità genetica rispetto alla politica tradizionale. I primi tre mesi di Virginia Raggi al Campidoglio demoliscono brutalmente i pilastri del credo religioso del M5S. Il movimento fondato da Grillo e Casaleggio ha saputo suscitare entusiasmo e raccogliere la legittima rabbia di milioni di italiani stanchi di essere malgovernati. Ma alla prova del fuoco rischia di bruciarsi quasi subito.

Una cosa è dare voce alla protesta e urlare slogan, altro è misurarsi direttamente con la gestione del potere e riuscire a dare risposte a quegli stessi cittadini ai quali non possono bastare, per sentirsi governati meglio, né l’invettiva assurta a modello di confronto politico né lo stucchevole agitare, fino a rasentare il ridicolo, l’alibi del complotto. I grillini, alfieri dell’antipolitica, chiamati dagli elettori a responsabilità di governo, non hanno finora dimostrato di saper fare politica. Meglio, di farne una diversa e nuova rispetto a quella che hanno sempre combattuto. Alla prima occasione utile per dimostrare di essere migliore degli altri, il M5S si sta rivelando né più né meno esattamente come gli altri partiti ai quali si è dato violentemente addosso in tutti questi anni. Poche virtù (ancora tutte da scoprire), molti vizi (purtroppo già noti).

Nel M5S traspaiono addirittura le faide fra le proprie correnti interne: roba da partito della Prima Repubblica, roba da far impallidire persino il Pd di Taranto. Già, Taranto. Proprio il capoluogo ionico, come se non bastasse lo sfascio prodotto dalla politica tradizionale, già da alcuni anni sta pure verificando quanto sia costosa e improduttiva l’improvvisazione politica dei pentastellati, sui quali pesano soprattutto i criteri di selezione dei propri candidati. Non va dimenticato, infatti, che Taranto ha eletto nelle liste Cinquestelle due parlamentari nazionali ed una parlamentare europea. I primi due, Alessandro Furnari e Vincenza Labriola, se la sono data a gambe, fuoriuscendo dal Movimento non appena si è trattato di restituire parte dell’indennità, come promesso in campagna elettorale.

Hanno preferito tenere tutto per sé e tanti saluti a Di Maio e Di Battista. Di Furnari si sono quasi completamente perse le tracce; la Labriola solo di recente si è risvegliata dal suo lungo letargo con una serie di interventi sulla stampa: non portano a nulla ma almeno servono per dire “presente”. L’europarlamentare Rosa D’Amato è invece molto attiva sui social network: armata di baldanza spartana aizza la folla dei suoi seguaci e si scaglia contro chi non ha dato dell’assassino a Renzi in occasione della visita del Presidente del Consiglio al Museo Nazionale. Chiassosa, ma ugualmente inutile. Tre esempi illuminanti. Non basta infatti appartenere ad una sigla per essere migliori dei propri avversari e non basta una manciata di clic sul computer per selezionare quella che ha la presunzione di voler diventare la nuova classe dirigente della Città e del Paese.

Al pari di molti loro colleghi di altri partiti, il timore fondato è che di Furnari, Labriola e della D’Amato alla fine dei loro rispettivi mandati ci ricorderemo solo per quello che saranno costati alle tasche dei contribuenti: 12mila euro netti al mese (in gran parte esentasse, oltre a eventuali altri 23 mila euro all’anno di spese certificate) per Furnari e Labriola; 19mila euro lordi al mese più altrettanti per assistenti e rimborsi spese di viaggio, per la D’Amato. Niente male per tre cittadini le cui competenze e qualità politiche restano a tutt’oggi sconosciute ai più.

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

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