Cronaca

Quelle truppe d’appalto in servizio permanente

Il sistema Chiapparo e la carne bluff alla Cavour


La battuta è circolata, velenosa, sui social network. “Truppe d’appalto”: militari infedeli che avrebbero abusato del loro ruolo in Marina per arrotondare i rispettivi stipendi.

Come presunzione d’innocenza comanda, parliamo di persone che avranno modo di difendersi in tribunale e far valere le loro ragioni davanti a un giudice. Ma è un fatto che dal 2014 il sistema degli appalti con le stellette sia nel centro del mirino, con più di una inchiesta a fotografare quello che ha i contorni di un sistema: il cosiddetto “sistema dieci per cento”, una tangente fissa su ogni commessa.

Un obolo imposto agli imprenditori «in modo rigido e con brutale e talora sfacciata protervia, come fa la malavita organizzata» per usare le (pesantissime) parole del giudice delle indagini preliminari, Pompeo Carriere. Chi non pagava la mazzetta vedeva la sua azienda esclusa dalle commesse o i dovuti pagamenti rallentati ad arte; alcune ditte sarebbero arrivate al fallimento.

Proprio la denuncia di un imprenditore ha fatto esplodere il caso due anni e mezzo fa, con il racconto di tangenti pagate per anni, per un valore di circa 150.000 euro, con l’obiettivo di mantere l’appalto per lo smaltimento delle acque di sentina delle navi militari. Ad essere arrestato fu il capitano di fregata Roberto La Gioia, comandante del Quinto Reparto di Maricommi. Le manette scattarono in flagranza di reato, nell’ufficio del militare che aveva appena intascato una mazzetta da duemila euro. Le successive perquisizioni permisero di trovare circa 44.000 euro, e soprattutto alcune pen-drive dove era registrata la contabilità occulta e la lista delle imprese che pagavano tangenti. A marzo la procura ha chiuso le indagini sul presunto giro che aveva nella base navale di Chiapparo il proprio centro.

In undici rispondono di concussione: alti ufficiali come Fabrizio Germani, ex direttore di Maricommi; gli ex vicedirettori Marco Boccadamo, Giuseppe Coroneo e Riccardo Di Donna; gli ex comandanti del 4° e 5° Reparto della base Roberto La Gioia (l’uomo arrestato), Giovanni Cusmano, Alessandro Dore e Giovanni Caso; Attilio Vecchi, l’alto ufficiale che allo Stato maggiore di Roma si occupava di garantire i fondi per le forniture destinate alla flotta di stanza a Taranto; il capo deposito Antonio Summa e un dipendente civile della base, Leandro De Benedectis. Il “sistema” avrebbe funzionato nei reparti che si occupano dell’acquisto di carburanti, beni, servizi, lavori e convenzioni con professionisti esterni.

Ma un’altra tempesta è scoppiata a luglio, feroce come tutte le bufere estive. I riflettori si sono accesi su una fornitura di carne a nave Cavour, che però non sarebbe mai stata effettuata. Quattro gli indagati in questa nuova inchiesta. Si tratta di due fratelli, titolari di una azienda di forniture alimentari di Faggiano, che avrebbe ottenuto 50mila euro dalla Marina per la “carne fantasma”, un sottufficiale, ed il capitano di fregata Alessandro Dore, uno degli 11 imputati nella prima inchiesta sulle forniture alla Marina, che all’epoca dei fatti era imbarcato a bordo del Cavour con la qualifica di commissario addetto alla gestione amministrativa e alla logistica. I reati contestati sono quelli di concorso in truffa aggravata ai danni dello Stato e falso in atto pubblico. A dare la stura alle indagini un’ordinaria verifica fiscale della Finanza. I militari delle Fiamme Gialle hanno successivamente appurato che quella carne non sarebbe mai entrata alla base navale di Chiapparo, come risulta dai registri di entrata.

Oggi i barometri segnano di nuovo burrasca.

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