29 Luglio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 29 Luglio 2021 alle 11:54:00

Cronaca

Per i mitilicoltori una “beffa” da 200mila euro


TARANTO – Manca ancora la firma del sindaco sull’ordinanza. Ma per il piano di distruzione delle cozze è ormai tutto pronto – sulla carta almeno. Perchè a non essere pronti, sono proprio i diretti interessati: i mitilicoltori del primo seno di mar Piccolo. Dal Comune confermano: il meccanismo, che porterà le cozze non vendibili perchè inquinate in discarica, verrà azionato al più presto. Questione di giorni. Ma dall’altro lato della barricata c’è chi rivendica rimborsi mai arrivati e informazioni carenti che lasciano all’oscuro i pescatori. A parlare in rappresentanza di un gruppo di mitilicoltori che ieri sera si è incontrato per analizzare la situazione è Luciano Carriero.

Parla di una situazione al limite e di cooperative sull’orlo del fallimento con il rischio che la storia di generazioni di mitilicoltori possa interrompersi: “Io stesso sto valutando la possibilità di trasferirmi” dice dopo aver visto già distrutte 14 tonnellate di cozze che aveva “esportato” a maggio ad Alba. Ora che gli enti si dicono pronti alle operazioni di smaltimento del prodotto colpito dall’ordinanza della Asl i mitilicoltori mettono in guardia: “Per noi tirare le cozze dai vivai e trasportarle a bordo delle nostre imbarcazioni fino al centro ittico (da dove poi sarà l’Amiu a prenderle in consegna per il conferimento in discarica, ndr) significa prevedere dei costi che allo stato attuale non ci possiamo permettere”. Carriero fa anche una stima: “Solo per la mia produzione, 3.000 quintali nel primo seno di mar Piccolo, ci vorrà un mese di lavoro di una squadra di almeno sei operai visto che si riescono a tirare dal mare una media di 100 quintali al giorno. Gli operai vanno pagati. L’operazione verrebbe a costate almeno 10mila euro ad azienda. Facendo un calcolo complessivo, per le aziende del primo seno si parlerebbe di 200mila euro”. E con le risorse già ridotte al limite dalla prima emergenza (solo dodici mesi fa) e impegnate nella produzione 2012 sperando in una svolta che non c’è stata diventa improponibile. Come dire: oltre al danno la beffa. “Come facciamo dopo un 2011 dissestato? E’ un disastro, siamo diventati, nostro malgrado, una campana stonata”. Finora i rimborsi li hanno visti solo sulla carta “Abbiamo saputo dai giornali che ci sono le risorse del fondo europeo. La nostra richiesta è quindi quella di incontrare l’assessore regionale Dario Stefàno o qualche tecnico dell’assessorato affinché ci vengano date indicazioni su come muoverci per ottenere i risarcimenti. Ci sono delle domande da fare? Come funziona? Le associazioni di categoria sono inesistenti; dovevano essere loro a darci queste informazioni. Per questo ci rivolgiamo, in quanto aziende, alla camera di commercio affinchè faccia da intermediaria per fissare un incontro con la Regione”. E’ una corsa contro il tempo: “Se ci dovessero dire di attivarci per la distruzione domani? Non siamo pronti. Aspettiamo di avere informazioni e bisogna far presto perchè non ha senso dare una medicina ad un morto” dice Carriero rivendicando il fatto che gli incontri dovrebbero vedere loro come interlocutori “non chi sta dietro una scrivania”. “Ci sono dodici famiglie, solo per la mia azienda, che oggi non sanno come andare avanti, perché con la produzione bloccata non c’è lavoro”.

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