Cronaca

L’Ilva in chiaroscuro. Tiene banco la “decarbonizzazione” di Emiliano

Diversi gli spunti di interesse sul futuro


Il mantra della decarbonizzazione lanciato da Michele Emiliano monopolizza discussioni e opinioni, tra scetticismo ed entusiasmo.

Ma da “Ripensare l’industria siderurgica italiana: Ilva, attualità e prospettive”, convegno tenutosi lunedì a Taranto organizzato dal Centro Studi del Consiglio Nazionale degli Ingegneri, sono emersi numeri che meritano la giusta attenzione. Nella pagina accanto riportiamo alcuni grafici più che eloquenti, in questo senso. Cifre da grande crisi, in un settore che a livello europeo spera di rilanciarsi (o almeno sopravvivere) con la recente introduzione dei dazi sulla produzione made in China. «Il destino degli impianti di Taranto è strettamente legato alle dinamiche del settore siderurgico a livello mondiale, a prescindere dalla situazione contingente» spiega l’ing. Zambrano. E la flessione della produzione di acciaio di quasi il 3% nel 2015 rispetto all’anno precedente viene interpretata «come l’effetto di un eccesso di offerta», dopo un lungo ciclo di crescita. Al mondo si produce meno acciaio, perchè ne serve di meno. L’Italia non fa eccezione.

E l’Italia, in siderurgia, sostanzialmente è Taranto. Tra i grandi produttori mondiali, il nostro Paese è quello che ha perso di più (-7,2%) dopo l’Ucraina devastata dalla guerra nel Donbass, dagli Usa la cui crisi ha di fatto dato origine al fenomeno Donald Trump e, di poco, dopo la Turchia (-7,4%) che ha la punta di diamante nel settore in Erdemir, indicata come possibile partner della cordata AcciaiItalia. Unica eccezione in questo quadro è l’India (+2,6%), la cui bandiera potrebbe a breve battere su Taranto con l’arrivo di Jindal – sempre con AcciaiItalia – o – ma è meno probabile – con il colosso ArcelorMittal. Qualcuno dice, non da ora, che gli asiatici mirano essenzialmente ad acquisire ulteriori quote di mercato. La produzione d’acciaio in Italia inizia a scendere  nel 2012, l’anno del sequestro dell’area a caldo dell’Ilva di Taranto; e se come è emerso «la domanda interna si è concentrata nel 2015 in buona parte su prodotti importati, di bassa qualità e basso costo», la fase di crisi «è testimoniata dalla contrazione del numero degli occupati del settore»: se nel 2011 erano quasi 37.000, alla fine del 2015 i lavoratori del settore siderurgico italiano scendono a meno di 35.000.

Da registrare però che i primi dati del 2016 segnano una parziale controtendenza a livello nazionale, secondo le stime di Siderweb, «grazie alla ripresa della produzione dell’Ilva: nei primi sette mesi del 2016 l’incremento della produzione è stato del 27,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente». «L’incremento della capacità produttiva» è quanto spiegato «è attribuibile al miglioramento del quadro economico italiano, con una conseguente leggera ripresa degli investimenti, in particolare da parte della filiera automotive».

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