Cronaca

Gorino e Taranto, quell’Italia divisa in due

C’è uno Stato che impone l’hotspot con sbarchi quotidiani di centinaia di profughi e c’è uno Stato che si piega ad alcune decine di manifestanti


C’è uno Stato che impone l’hotspot con sbarchi quotidiani di centinaia di profughi e c’è uno Stato che si piega ad alcune decine di manifestanti che si oppongono allo sbarco di una manciata di disperati.

È una fotografia dell’Italia di oggi. Il 25 ottobre a Taranto sono sbarcati 521 migranti, tra cui 14 donne incinte, un centinaio di ragazzini, alcuni bambini. Circa 140 i casi di scabbia segnalati al loro arrivo. Nessun tarantino a protestare o a fare barricate. Nessuno. Macchina dei soccorsi e dell’accoglienza funzionante come al solito, con tutte le non poche difficoltà del caso visto che l’hotspot può accogliere al massimo 400 persone e ne ospita molte di più. Stesso giorno, più a nord, a 800 chilometri di distanza, si consuma uno dei più surreali psicodrammi collettivi dei nostri tempi. Nella terra già tempio delle bandiere rosse, le barricate fermano lo sbarco di 12 donne (una incinta) e 8 bambini.

Il prefetto, cioè lo Stato, si inchina e liquida la vicenda con una battuta lapidaria: «L’ipotesi di ospitare dei profughi a Gorino non è più in agenda». Una frase che suona un po’ come “Noi ci laviamo le mani, ora sono fatti vostri”, rivolta al resto d’Italia e in particolare a quell’Italia come Taranto che sta imparando a convivere con la nuova realtà dell’immigrazione. Una convivenza finora non particolarmente spinosa in una città che prima dei migranti ha da preoccuparsi della sua stessa dilagante inciviltà e dei rigurgiti malavitosi che le forze dell’ordine riescono tuttavia a tenere abbastanza sotto controllo.

Non sappiamo se quel tale prefetto abbia agito per il giusto o se il suo talento sia più adatto ad esprimersi in qualche località più al riparo dalle mareggiate, fatto è che abbiamo assistito ad una disarmante sperequazione nei metodi e nelle decisioni: le stesse sperequazioni che l’Italia, nel suo complesso, imputa al resto d’Europa. Il caso Gorino è non solo emblema di grave iniquità; è soprattutto pericoloso, perché se dovesse fare scuola vedremmo barricate un po’ ovunque e respingimenti affidati al rischiosissimo fai da te degli abitanti dei luoghi più esposti agli arrivi dei migranti. Taranto, tra questi. Ora, cercare un punto di equilibrio tra il buonismo più oltranzista e ideologico e l’ostracismo più radicale e anti-solidale non è certamente semplice.

La via del buon senso è faticosa. Ha ragione Ezio Mauro quando scrive che, in un Paese povero di lavoro e risucchiato dall’egoismo del nulla, diventa difficile governare queste situazioni «senza che le comunità siano state preparate a gestire il fenomeno». Il razzismo, forse, c’entra poco: a prevalere non è la discriminazione razziale, ma la paura. La paura di cedere quote di certezze, delle poche certezze che restano in un Paese sempre più vecchio e impoverito. È su quella paura che soffia la propaganda. Un parroco di frontiera, uno di quelli impegnati in una delle periferie più emarginate di Taranto, raccontava: «C’è una signora che mi dice: “Sono contraria agli extracomunitari”. Ma quando ne incontra qualcuno sotto casa, lo accoglie e gli offre da mangiare e gli permette persino di utilizzare il bagno per una doccia. Quando mi vede, però, continua a dirmi: “Sono sempre contraria, eh!”». Ecco, è in quello spazio tra slancio umanitario e freno del pregiudizio che lo Stato dovrebbe intervenire. Per evitare il penoso fallimento di un’Italia divisa in due: Gorino da una parte, Taranto dall’altra.

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

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