Cronaca

A mensa? Non tutti. A Taranto luci e ombre

Il rapporto di Save the Children su tariffe nelle scuole


TARANTO – «Il Comune di Taranto, in presenza di reiterata inadempienza ai pagamenti, preclude l’iscrizione al servizio fino alla regolarizzazione del debito».
C’è anche il capoluogo jonico tra i 45 presi in esame da Save the Children per stilare il rapporto “(Non) Tutti a Mensa! 2016”. Dati allarmanti quelli messi in evidenza dallo studio annuale: su 45 Comuni capoluogo di provincia esaminati, 11 non prevedono alcuna forma fissa di esenzione per le famiglie in difficoltà, 3 di questi neanche su segnalazione dei servizi sociali. 26 limitano le agevolazioni ai soli residenti.
A Taranto luci e ombre. Secondo il rapporto di Save the Children «Taranto, come in passato, in presenza di reiterata inadempienza ai pagamenti, preclude l’iscrizione al servizio fino alla regolarizzazione del debito». Prendendo in considerazione le tariffe massime e le minime di alcune città italiane, poi, è possibile evidenziare come spesso si creino delle sovrapposizioni. «Se ad esempio, a Catania è la tariffa massima a prevedere un costo di 2,3 euro, a Taranto quasi lo stesso costo (2,15 euro) è contemplato per la tariffa minima».
Dei Comuni intervistati, 12 hanno riferito di avviare percorsi di coinvolgimento e partecipazione dei bambini. Diversi Comuni raccolgono periodicamente il punto di vista dei bambini con un’indagine di valutazione del servizio. Tra questi c’è anche Taranto dove si «attivano percorsi di formazione nelle scuole al fine di prevenire il fenomeno dell’obesità infantile sensibilizzando bambini e insegnanti alle corrette abitudini alimentari».
Il rapporto di Save the Children lanciato oggi prende in esame la proposta di refezione scolastica per le scuole primarie valutando tariffe, esenzioni, agevolazioni e trattamento delle famiglie morose.
«L’assenza delle mense nel nostro Paese è molto preoccupante. In alcune Regioni del Sud ne è privo un istituto su due: la percentuale tocca infatti il 53% in Puglia, il 51% in Campania e il 49% in Sicilia. La situazione non è critica solo nel Mezzogiorno, anche nelle regioni del Nord infatti, quasi un terzo delle istituti scolastiche principali ne è sprovvisto, come in Veneto (32%), Liguria (29%), Lombardia (27%), Piemonte (27%)».
Undici comuni non garantiscono a tutti un’esenzione specifica, legata al reddito, alla composizione del nucleo familiare o a motivi di carattere sociale. Di questi, otto non prevedono la possibilità di esenzione solo dietro segnalazione dei servizi sociali, mentre i 3 comuni di Bolzano, Padova e Salerno non prevedono eccezioni. I rimanenti 34 Comuni che le applicano non seguono dei criteri uniformi. La metà dei Comuni intervistati (26) pone la residenza come requisito essenziale per le agevolazioni sulle tariffe delle mense.
La presenza della mensa è strettamente collegata a quella del tempo pieno nelle scuole. Affiancando i dati Istat sulla dispersione scolastica, si è notato come la presenza oppure no di questi due servizi negli istituti, sia fortemente correlata alla sua incidenza. Emerge così che «regioni come Campania, Calabria, Puglia e Sicilia, con la più alta percentuale di alunni che non usufruisce del servizio mensa, sono le stesse dove la mancanza di tempo pieno e la dispersione scolastica sono più diffusi».
Secondo il rapporto “(Non) Tutti a Mensa! 2016”, la disomogeneità delle tariffe delle mense nelle scuole primarie è trasversale tra tutte le regioni italiane. «Per le fasce più disagiate, (cioè le famiglie con un Isee 5.000) e con tre figli iscritti al servizio mensa, ad esempio, si riscontra che la tariffa pagata per il terzo figlio in alcuni Comuni come Bergamo e Modena, arrivi anche a superare i 4 euro».

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