Presentato il suo libro

Raffaele Sollecito, voglia di riscatto

Dopo l’assoluzione per il delitto di Meredith Kercher

Cronaca
Taranto martedì 22 dicembre 2015
di Enzo Ferrari*
Raffaele Sollecito
Raffaele Sollecito © Tbs

«Il mio più grande desiderio? Vorrei che quanti hanno distrutto la mia vita e quella di altre persone vengano allo scoperto. Da loro vorrei un’ammissione di responsabilità per gli errori commessi, con loro vorrei avere un confronto costruttivo per parlare alla luce della verità. Ecco, questo sarebbe il mio riscatto».

Raffaele Sollecito oggi ha 31 anni. Ne ha trascorsi quattro in carcere negli otto di travagliate vicende giudiziarie al termine delle quali è stato assolto «per non aver commesso il fatto». Non ha, o non ha più, quell’aria spavalda che gli trasmetteva l’aura noir di quel circo mediatico nel quale era stato trasformato il delitto di Meredith Kercher. L’orrore di un morboso spettacolo, dove si mischiava cronaca nera, cronaca rosa e cronaca a luci rosse, che si aggiungeva all’orrore di una vita straziata in quella maniera così bestiale.
Dalla galera a da questi otto interminabili anni, Raffaele Sollecito è uscito profondamente provato. Lo si legge in quel suo sguardo a volte smarrito, nella fatica di dover sopportare il peso di essere considerato un mostro che l’ha fatta franca.

La sua odissea ha voluto raccontarla in un libro, “Un passo fuori dalla notte”, presentato sabato al Palazzo Galeota per iniziativa dell’associazione “Crescere insieme” e con la partecipazione dell’avvocato Antonio Mancaniello.

Accompagnato dal padre, che gli fa da scudo e che non lesina sciabolate all’indirizzo di investigatori e magistrati, Raffaele si sofferma molto sugli aspetti della vita carceraria: «In carcere vige un regime mafioso-criminale. Ti instradano all’affiliazione al clan e cambia radicalmente la scala dei valori». Un vortice lontanissimo da quella funzione rieducativa che dovrebbe trasformare un delinquente in un cittadino perbene.

«Persino i carcerieri sono essi stessi prigionieri, perché la loro vita è condizionata da quella dei detenuti. L’unica differenza rispetto a chi sta in cella è che loro a fine turno se ne tornano a casa». Nel libro lo scrive in modo crudo: «Il carcere è una gabbia che trasforma le persone in vegetali».

Ma nel suo travaglio interiore c’è anche un altro pensiero: incontrare i genitori della povera Meredith: «Quella famiglia è stata foraggiata di menzogne. Vorrei davvero che la mia famiglia e quella di Meredith riuscissero a incontrarsi per chiarirsi una volta per tutte». E Amanda, l’intraprendente ragazza americana conosciuta appena cinque giorni prima del delitto? La loro storia è finita. Forse mai davvero cominciata. «Abbiamo un rapporto amichevole, ma in fondo siamo due estranei. Ogni tanto ci sentiamo su Facebook».

La storia di Sollecito, comunque la si voglia considerare, impone una riflessione sulle disfunzioni del sistema giudiziario: la logorante lunghezza dei processi, il discutibile uso della custodia cautelare che ti fa trascorrere anni e anni in carcere per poi essere riconosciuto innocente. Anni rubati alla vita che nessun risarcimento per ingiusta detenzione potrà mai restituirti. E Raffaele Sollecito la vita sta provando a ricostruirsela: ha vinto un bando della Regione per una start-up davvero originale: la creazione di un portale per coltivare la memoria dei defunti. Ed è in questo progetto imprenditoriale che si intuisce ciò per cui Raffaele Sollecito vorrebbe essere considerato: un bravo ingegnere informatico. Non il mostro che l’ha fatta franca. Ne ha il diritto.

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