28 Luglio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 28 Luglio 2021 alle 02:40:00

Cronaca

L’incubo amianto: si conosceva da 50 anni

Arsenale: una lettera svela che i rischi erano già noti


Si sapeva. Si sapeva già dagli anni ‘60. Le lavorazioni che comportavano esposizione all’amianto erano pericolose. Si poteva anche morire. Lo sapevano in Arsenale, lo sapeva la Marina Militare.

Che infatti non rimase con le mani in mano e commissionò, nel 1968, un’indagine epidemiologica all’Istituto di Medicina del Lavoro dell’Università di Bari. Su chi? Proprio sugli operai dell’Arsenale. Le risultanze furono piuttosto chiare: numerosi operai erano colpiti da patologie asbesto-correlate, cioè correlate all’esposizione all’amianto (asbesto è l’altro nome col quale è conosciuto l’amianto). Quello studio, condotto dal professor Ambrosi, è arrivato ai giorni nostri alla Procura di Padova, dove sono in corso processi per le morti sospette. Prima ancora c’è una lettera che rivela quella che già in quegli anni era una realtà inquietante. È una lettera di lode ad un capo operaio, proposto per l’onorificenza di Cavaliere.

Non ci sono solo le lodi al «capo del Reparto coibentatori della Officina Calderai», che ha dato «il massimo contributo di iniziativa, di operosità e di generosa dedizione al servizio». C’è dell’altro, in quella lettera: c’è il riferimento al «grande numero di decessi prematuri per asbestosi ed affezioni connesse verificatesi da qualche tempo». E quella lettera porta la data dell’8 luglio 1964. Quel capo operaio morì di asbestosi pleurica qualche anno più tardi, nel 1972. Morì da Cavaliere, ma con il corpo saturo di fibre d’amianto. Da allora quanti altri operai dell’Arsenale sono morti per malattie dovute all’eposizione all’amianto? E quanti altri si sono ammalati? «Difficile dirlo con esattezza», spiega Luciano Carleo, della onlus Contramianto, l’associazione che da diversi anni si fa carico di portare all’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni il dramma silenzioso che si consuma tra i lavoratori dell’Arsenale. Un dramma ingiustamente oscurato dalle attenzioni rivolte al siderurgico.

«Fino a maggio 2016 avevamo 198 casi di patologie asbesto correlate. Ad ottobre ci sono stati segnalati altri 8 casi. Gran parte di questi riguardano il personale civile dell’Arsenale di Taranto ed un numero ristretto di militari. Ci sono però casi che toccano anche gli stabilimenti di Augusta e La Spezia». In un convegno del 2010 organizzato dalla stessa Contramianto venne portata a conoscenza una parte della casistica che riguardava anche 116 casi di operai dei Cantieri Navali. «Il problema – dice Carleo – è che noi non abbiamo una mappatura sistematica di tutti gli effetti e di tutte le malattie prodotte dall’espozione a sostanze pericolose. Gli unici dati ufficiali sono quelli del Registro Nazionale Mesoteliomi e, appunto, si riferiscono solo ai mesoteliomi».

Il dramma è tanto profondo ed esteso da richiedere l’intervento della Commissione parlamentare di inchiesta sui casi di morte e di gravi malattie che hanno colpito il personale impiegato in missioni militari e nei siti esposti a particolari fattori chimici, tossici e radiologici. A marzo è stato ascoltato lo stesso Carleo. Negli anni le bonifiche sono state avviate. Tra il 1993 e il 2005 sono state rimosse 600 tonnellate d’amianto nel solo Arsenale di Taranto. Al ‘93 risale anche un piano di bonifica della Asl per la rimozione di 60 tonnellate d’asbesto dalla nave Vittorio Veneto. Intanto cominciano ad esserci anche risvolti giudiziari per gli eventuali responsabili di omissioni in materia di sicurezza sul lavoro. È di qualche giorno fa la notizia di un maxi risarcimento di 500 mila euro riconosciuto dal giudice del lavoro Elvira Palma agli eredi di un dipendente dell’Arsenale deceduto per mesotelioma pleurico.

L’uomo aveva lavorato fino al 1982 come elettricista a bordo delle navi militari. A pagare sarà il Ministero della Difesa. Al Ministero è stato addebitato di non aver osservato gli obblighi di protezione a tutela dei lavoratori. Il nemico, però, per chi ha lavorato e lavora in Arsenale, non è solo l’amianto. Ci sono anche le polveri e i gas nocivi a fare vittime. Un caso è quello di un operaio dell’ex zincheria morto per un sarcoma polmonare. L’11 novembre si è svolta l’udienza davanti al gup Paola Incalza, che ha ammesso la costituzione di parte civile di Contramianto, assistita in questo procedimento dall’avvocato Cataldo Fornari. Sotto inchiesta sono finiti due ammiragli, due capi reparto e due medici. Le ipotesi di reato che vengono contestate sono quelle di omicidio colposo e inottemperanza alle norme di prevenzione per la sicurezza sul lavoro.

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

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