30 Luglio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 30 Luglio 2021 alle 06:57:00

Cronaca

Il lavoro c’è, basta metterci… il cuore

L’esperienza di Rosella Tegas, animatrice di comunità: «1.200 nuove imprese in 20 anni»


«Non esistono formule magiche per creare lavoro. Occorre investire nell’intelligenza e nel cuore delle persone».

È lo slogan che da 21 anni guida i passi del progetto Policoro, voluto dalla Chiesa ed inaugurato da don Mario Operti della diocesi di Torino per tentare di dare una risposta al problema della disoccupazione, in particolare al sud, attraverso il lavoro di centinaia di “animatori di comunità”, braccia e menti del progetto. Così racconta Rosella Tegas, responsabile per la diocesi tarantina e animatrice di comunità: «Il 14 dicembre del ‘95 don Operti convocò a Policoro i direttori diocesani della pastorale del lavoro, i responsabili Caritas e delle pastorali giovanili, nella convinzione che i tre organismi dovessero dare il proprio contributo, considerato che ci si occupava soprattutto dei giovani. Si invitarono anche quelle realtà, laiche e religiose impegnate nell’orientamento al lavoro».

Del rilancio del Sud si parla da tanto ma non sembra con notevoli risultati.
«Uno dei problemi, forse il più importante, è quello di evitare che dalla disoccupazione lavorativa si passi alla ‘disoccupazione alla vita’. I giovani devono, innanzitutto, chiedersi chi sono, cosa vogliono fare veramente e farsi un bagno di fede e fiducia nelle proprie capacità, smettendo di aspettare la manna dal cielo. Il progetto Policoro punta molto su questi due aspetti fondamentali. È finanziato con l’8xmille ed è tipizzato sui territori che vi hanno aderito con un cofinanziamento da parte delle diocesi, per cui la sua efficacia applicativa è diversa a seconda delle volontà e delle disponibilità economiche».

Quali i risultati ottenuti finora?
«In 20 anni si sono costituite 1200 nuove aziende (cooperative, associazioni, imprese individuali) con un fatturato annuo di circa 30 milioni di euro. Sono cifre incoraggianti, anche se le finalità maggiori del progetto sono orientate alla forma cooperativistica. I settori d’impegno vanno dal turistico all’agricolo, dalla valorizzazione dei beni culturali a quelli artistici e al terzo settore. Nel gergo del “Policoro” questi si chiamano “gesti concreti”, nel senso che il giovane ha preso coscienza della propria vita e consapevolezza delle proprie capacità ed è riuscito a realizzare il suo lavoro senza attendere l’assistenzialismo».

Qual è il compito dell’animatore di comunità del “Policoro”?
«L’animatore di comunità è un borsista laico, in carica per 3 anni, che accompagna il giovane alla creazione d’impresa; inoltre collabora con il responsabile diocesano del progetto (da noi è don Antonio Panico, anche responsabile regionale). La sua formazione professionale si basa sulla dottrina sociale della Chiesa, sulle encicliche, sul magistero, sulla cittadinanza attiva responsabile ma anche sull’aspetto meramente tecnico per guidare il giovane ad esporre la sua idea imprenditoriale in modo chiaro e fattibile con il business plan, cioè la mappa progettuale. A tal proposito è stata quanto mai utile la preparazione offertami dal Cem di padre Nicola Preziuso. Ascoltiamo inoltre le indicazioni dell’arcivescovo, a cui interessa molto la coniugazione tra lavoro ed ambiente».

Quanto incide la collaborazione con enti e istituzioni nell’avviamento al lavoro dei giovani?
«Noi mettiamo in moto la macchina ma per il rodaggio ci rivolgiamo alla Cconfcooperative, alla Coldiretti, alla Cisl, all’Ucid ed altre realtà del settore. Sono molto proficue, inoltre, le collaborazioni con le 141 diocesi, su un totale di 225, aderenti al progetto. In questa complessa attività mi confronto anche con don Nino Borsci della Caritas e don Francesco Maranò della Pastorale giovanile e con i rispettivi referenti laici che sono il consulente del lavoro Pietro Panzetta, Anna Abbracciavento e Licia Caporale».

Quali le ultime iniziative?
«Stiamo procedendo a un’intensa attività cognitiva del significato più profondo del progetto e delle sue possibili ricadute sul nostro territorio. Tra le vicarìe interessate, abbiamo avuto riscontro sinora solo dalla Taranto sud. Monsignor Santoro, però, mi ha assicurato che nel prossimo ritiro del clero esporremo il progetto in modo da fornire a tutti la sua necessaria conoscenza. Nel frattempo in diocesi abbiamo fatto uno screening tra i giovani da 18 a 35 anni per conoscerne lo status attuale in rapporto al lavoro ed occupazione e, per provare ad intercettare coloro che possono mostrare interesse ed attitudine a mettersi in proprio. Dei questionari distribuiti ne sono ritornati solo 130 e questo ci dà il polso di un certo malessere, anche della pigrizia, dei giovani».

Quanto è necessaria la collaborazione delle imprese?
«È l’aspetto più importante. Invitiamo le imprese del territorio ad offrire ai nostri giovani tirocini, contratti di apprendistato ed altre opportunità formative per consentire loro l’ingresso nel mondo del lavoro. Sarebbe anche utile creare una vera rete di imprese».

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