Cronaca

Il giudice Matteo Di Giorgio condannato. Ecco perché

La sentenza: 12 anni e 6 mesi al magistrato. Depositate le motivazioni d’Appello


La condanna è di quelle pesantissime: 12 anni e 6 mesi. Per il magistrato Matteo Di Giorgio – sospeso dal Csm – resta un ultimo grado di giudizio, quello in Cassazione, per sperare in un ribaltamento della sentenza che lo ha dichiarato colpevole, anche in secondo grado, per reati che vanno dalla corruzione alla concussione.

In sostanza gli viene contestato di aver approfittato della sua posizione di magistrato per determinare le vicende politiche e amministrative di Castellaneta. Perché tutto ruoterebbe, appunto, intorno al ruolo politico di Di Giorgio, considerato una sorta di dominus in grado di condizionare la vita politica e amministrativa di Castellaneta facendo forza sulla sua posizione di magistrato per arrivare addirittura a determinare lo scioglimento del consiglio comunale, facendo pressioni – secondo i giudici di primo e secondo grado – su un consigliere per imporgli le dimissioni. Una vicenda, quella di Castellaneta, che si sviluppa intorno alla accesa rivalità fra il magistrato e il senatore Rocco Loreto, più volte sindaco e figura politica di assoluto rilievo ben al di là dei confini della città di Rodolfo Valentino.

Destra contro sinistra, secondo la lettura politica di quanto accaduto. Tra loro accuse e querele. Al vaglio dei giudici è finito il fitto intreccio di rapporti del magistrato con esponenti politici e dell’amministrazione comunale. Come quello con il suo «intimo amico DAlessandro», del quale Di Giorgio avrebbe favorito l’elezione a sindaco nel 2007. I giudici della Corte d’Appello di Potenza scrivono nelle motivazioni depositate nei giorni scorsi che l’intento di Matteo Di Giorgio era quello di «manipolare l’operato dello stesso D’Alessandro al fine di ottenere utilità personali nonché, attraverso l’uso distorto del suo potere giudiziario, di proteggere i suoi alleati politici e di colpire i suoi avversari politici indagati nei processi a lui affidati in qualità di P. M. di Taranto».

Uno degli episodi ai quali i giudici di Potenza fanno riferimento è una durissima reprimenda dello stesso Di Giorgio al sindaco D’Alessandro, colpevole di aver favorito al Comune la promozione di un ingegnere non gradito al magistrato. «Si badi bene – scrivono i giudici nelle motivazioni della sentenza di condanna – che i feroci addebiti rivolti dal Di Giorgio al D’Alessandro non sono stati dettati dalla volontà di correggere la condotta dell’amico sindaco in quanto contrastante con violazioni di legge o con i principi di legalità, trasparenza, imparzialità, come sarebbe stato lecito attendersi da un magistrato, bensì dall’intento di censurare scelte che hanno favorito i “nemici” del Di Giorgio ed, al contempo, hanno penalizzato gli interessi suoi e dei suoi “amici”». Un ruolo chiave nel processo lo ha avuto Italo Vito Pontassuglia, grande accusatore del magistrato. Pontassuglia, per un certo periodo politicamente vicino a Di Giorgio, quando se ne è allontanato ne avrebbe subito le ritorsioni fino a perdere il proprio posto di lavoro come vigilante al villaggio turistico “Il Catalano”.

Uno dei tanti quest’ultimo, del fitto groviglio di espisodi che hanno segnato questa tortuosa vicenda politico-giudiziaria. Di Giorgio avrebbe persino cercato di «procurarsi indebitamente un documento» amministrativo che avrebbe potuto compromettere la richiesta dello stesso Pontassuglia di ottenere la nomina a guardia giurata. Secondo i giudici che hanno condannato Di Giorgio «costituisce grave irregolarità, soprattutto per un magistrato, ingerirsi in un procedimento amministrativo di cui non si è parte ineressata, chiedere ed ottenere da un pubblico ufficiale informazioni non ostensibili e addirittura procurarsi copie di atti pubblici senza sperimentare l’unico rimedio giuridico costituito dallo strumento apprestato dalle L. 241/1990 (la legge sull’accesso agli atti amministrativi, ndr)».

Altri episodi, in particolare il rinvenimento di documenti riservati nella cassaforte dell’abitazione del magistrato, inducono i giudici a stigmatizzare «la propensione del Di Giorgio a violare la legge ed a farla violare ad altri pubblici ufficiali, suoi amici, pur di procurarsi prove favorevoli al suo interesse processuale». Per i giudici di Potenza non vi sono dubbi: Di Giorgio sarebbe un magistrato «incontestabilmente aduso a modelli comportamentali disinvolti e scorretti non solo sul piano giuridico bensì anche su quello deontologico, come oggettivamente dimostrano i molteplici ed incontroversoi fatti descritti in questa sentenza». Ora sarà la Corte di Cassazione a decidere se confermare o meno quanto affermato dalla Corte d’Appello di Potenza.

Di Giorgio: «Mi è stato negato il diritto di difesa»

TARANTO – Le motivazioni sulle quali la Corte d’Appello di Potenza lo ha condannato a 12 anni e 6 mesi di reclusione, non ne hanno scalfito la fiducia nell’epilogo della sua disavventura giudiziaria.
Matteo Di Giorgio, magistrato sospeso dal Consiglio Superiore della Magistratura, farà ovviamente ricorso in Cassazione: «Sono assolutamente fiducioso», dichiara a TarantoBuonasera.
Di Giorgio, anzi, passa al contrattacco: «La sentenza della Corte d’Appello di Potenza – incalza il magistrato di Castellaneta – è elusiva di tutti i motivi di appello. Quelle motivazioni non contengono alcuna risposta alle nostre doglianze. I giudici di appello si sono limitati a parafrasare e a sintetizzare la sentenza di primo grado».
Nelle motivazioni della sentenza d’appello lasciano il segno le valutazioni molto pesanti che i giudici di Potenza riservano alla figura di Matteo Di Giorgio. «Mi definiscono persino “spregiudicato faccendiere”. Ma quelle affermazioni – ribatte Di Giorgio – servono a colmare l’assenza di dati contenutistici. Quelle espressioni servono a impressionare il lettore per coprire la mancanza di argomenti. C’è voluta fervida fantasia per estendere quella sentenza».
A dispetto di chi afferma che le sentenze non si commentano, Matteo Di Giorgio anticipa quali saranno alcuni degli argomenti che porterà a sua difesa in Cassazione: «Nel processo ci sono settantatrè testimoni a mio favore, contro tre testimoni d’accusa. I testimoni a mio favore sono stati letterlamente ignorati, mentre si è dato credito ai tre dell’accusa».
A suo parere sarebbero stati violati i diritti della difesa: «Non mi è stato possibile produrre prove perché mi è stato risposto che l’eventuale assunzione di altre prove avrebbe comportato ulteriore assunzione di prove per valutarne la fondatezza. Questa è negazione del diritto di difesa».
In attesa della Cassazione, resta il peso di una condanna gravissima. «Sì – conclude Di Giorgio – ma io sono a posto con la mia coscienza. E sono assolutamente fiducioso nell’ultimo grado di giudizio».

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

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