29 Novembre 2020 - Ultimo aggiornamento il: 29 Novembre 2020 alle 15:43:40

Cronaca

Maschi che odiano e uccidono le donne

A Taranto è allarme per i casi di femminicidio


Difficile non provare commozione di fronte a delitti come quello della Salinella.

Un figlio, Giovanni Diofano di 46 anni, che strangola la madre 76enne Lucia Matarrelli e poi fugge, per confessare solo ore dopo. Un episodio che disturba, al punto da far pensare che è, deve essere, un caso isolato. Eppure il nome di Giovanni Diofano è andato ad aggiungersi a una lunga, tragica, lista. Giuseppe Lama, Beniamino Ligorio, Cosimo De Biaso, Luigi Alfarano. Uomini diversi per età, professione ed estrazione sociale, uniti da un comun denominatore di violenza di genere: hanno ucciso o provato a uccidere le loro mogli e compagne sotto il cielo di Taranto.

Uomini che odiavano le donne e in due casi si sono tolti la vita. Uno subito dopo l’omicidio, Luigi, dopo aver assassinato anche il figlioletto. L’altro, Giuseppe, a un mese e mezzo dall’arresto per un tentato omicidio rivendicato su Facebook. «Purtroppo non ci sono riuscito», ha scritto, raccogliendo l’incoraggiamento di altri haters maschili nascosti dietro all’impunità2.0. Uomini che vivevano a Taranto, città del sud dove la famiglia è sacra, le donne non si toccano nemmeno con un fiore, meno che mai le mamme. Regola rispettata, secondo un adagio popolare, persino dal crimine organizzato, che nell’immaginario collettivo fa da contesto e detonatore per la maggior parte degli omicidi. Ma, il dato è nazionale, tra l’agosto del 2015 e quello del 2016 sono avvenuti 398 omicidi volontari, dei quali 49 sono collegabili al crimine organizzato e 3 commessi da persone sconosciute alla vittima. Nei restanti 138 casi si è trattato di un omicidio compiuto da partner, ex, parenti e conoscenti.

La città dei due mari in questo non fa eccezione. Le storie delle donne che hanno trovato la morte nel capoluogo jonico negli ultimi tre anni lo dimostrano. Ilaria Pagliarulo ha vent’anni, convive in una casa di Statte con Cosimo De Biaso (24enne). La sera del 14 settembre 2013 durante una lite Cosimo le spara a al fianco, il proiettile si conficca in un rene. Ilaria è viva, ma teme che Cosimo la colpisca ancora, si raggomitola nel letto, tamponando il fiume di sangue. Il mattino dopo la sequenza si ripete, Cosimo la trafigge con un proiettile al torace. Accorre la madre di Ilaria che allerta il 118. Quando l’ambulanza porta via la giovane Cosimo sta ancora sparando, contro l’auto della madre di Ilaria e il mezzo dei soccorsi. De Biaso nega, ha una contronarrazione: ha esploso “solo” il secondo colpo e “solo” perché Ilaria lo ha “istigato”.

La difesa di Cosimo chiede approfondimenti per valutare se la vittima possa essersi sparata al fianco per autolesionismo e l’acquisizione di post di Ilaria con presunti inni al demonio. Domanda la perizia psichiatrica per il suo cliente, vittima di allucinazioni già autore in passato di tentativi di suicidio. Ma niente può mutare il finale della storia: dopo una settimana Ilaria si spegne al Santissima Annunziata di Taranto.

Nel 2105 Cosimo, riconosciuto il vizio parziale di mente, viene condannato a vent’anni. Poco meno di un anno dopo, il 20 giugno 2014, in un appartamento di Grottaglie Beniamino Ligorio ferma la canna di una pistola a salve, modificata per essere letale, a sessanta centimetri dal viso di Fiorenza De luca (29 anni). Quando il proiettile, che è già in canna, lascia il vivo di volata per Fiorenza non c’è scampo. Si accascia al pavimento in una pozza di sangue. Beniamino chiede aiuto: «Venite ho ucciso mia moglie». Le indagini fanno emergere il solito copione di discussioni e litigi, aggravati, forse, dalla gravidanza di Fiorenza, incinta di quasi cinque mesi. Anche Beniamino ha pronta una ricostruzione alternativa: non sapeva nulla della gravidanza (anche se in casa c’erano esami ginecologici chiari), ha sparato per errore, un “tragico gioco finito male” che ha guastato una giornata perfetta, passata con Fiorenza tra lavoretti domestici e slanci di intimità. Un idillio che cozza con la confessione di Ligorio di aver tentato di uccidersi il giorno prima per le discussioni con la compagna.

Una versione che non convince la corte d’Assise che lo condanna all’ergastolo. Una pena che nel 2015 sarà ridotta a 24 anni di reclusione. Ancora d’estate, il 10 giugno 2016, in una casa di via Galera Montefusco Luigi Alfarano, 50 anni, picchia con violenza la ex moglie che di lì a poco dovrebbe presentarsi dall’avvocato per mettere nero su bianco la separazione. La donna ha 30 anni, si chiama Federica De Luca ed è stanca di urla e soprusi. Vuole che Luigi esca dalla sua vita, ha atteso fin troppo che le cose migliorassero per il bene di suo figlio Andrea, di quattro anni. Si difende Federica, ma soccombe, soffocata con un cuscino.

Andrea è nella stanza accanto, il padre lo porta in auto nella casa al mare. Lo fredda con un colpo alla testa, quindi usa la medesima arma per uccidersi. Una verità che Luigi, da morto, non può modificare. Ma nella società degli uomini c’è sempre qualcuno pronto a sostenere la narrazione del marito/padre/compagno travolto dal raptus, stravolto dal troppo amore o persino dal diavolo. «Il demonio si è messo in mezzo perché il demonio non vuole la nostra gioia» afferma don Tonino Maria Nisi, amico degli Alfarano, durante il funerale di Luigi. Traccia il profilo di un uomo incolpevole che dal cielo «con una mano che tiene la sua sposa e con l’altra abbraccia il suo bambino». Le stesse mani mani che hanno tolto la vita a due persone, applaudite in chiesa da altre mani di bravi padri di famiglia.

Non tutte, però, come dimostra il successivo trasferimento del parroco. E hanno di sicuro figlie, sorelle e mogli gli uomini, tarantini e non solo, plaudono al post con cui Giuseppe Lama (59 anni) si rammarica su un social di non essere riuscito a uccidere la compagna sparandole e spaccandole la testa con il calcio della pistola. È il 30 novembre 2016 e Giuseppe si ritiene non il colpevole di un tentato omicidio, bensì la vittima di un complotto al femminile. «Tutti con te, Pino», «Ritenta e sarai più fortunato» commentano amici e sconosciuti, confermando in Lama la convinzione che Cristina e tutte le donne si meritino l’odio dei loro uomini. «Spero sarai contenta ora», scrive Giuseppe alla ex compagna il 13 gennaio prima di impiccarsi in carcere, vergando l’inevitabile epilogo di una storia assai vecchia. La donna porta l’uomo all’esasperazione oppure sopporta troppo la sua violenza, fino a spingerlo oltre il limite, a un femminicidiosuicidio di cui in fondo è lei la responsabile. Una storia che trova sempre orecchie disposte ad ascoltare.

Dentro le nostre case, dietro le porte chiuse di una città a maggioranza femminile dove tutto è in mano agli uomini e a malasort e ‘a figghia femmena.

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