Cronaca

Se chiude l’Ilva rischiano anche Cementir e altri


L’impegno comune di Amministratori locali, azienda, Sindacati, Confindustria, Autorità portuale e stampa per offrire uno sbocco non traumatico agli esiti dell’incidente probatorio della Procura sull’Ilva ha evidenziato giustamente il ruolo e importanza del grande stabilimento ionico nel sistema industriale dell’intero Paese: un dato questo che tutti ora richiamano con dovizia di riferimenti e che, per la verità, il sottoscritto ha posto in evidenza per anni, allorché (a volte in perfetta solitudine) ha ricordato le decisioni governative di assoluto rilievo storico che avevano portato all’insediamento a Taranto dell’allora IV Centro Siderurgico dell’Italsider.

E quando si afferma che tutto il sistema economico cittadino (e non solo) gravita sull’Ilva si ribadisce quello che sanno anche tutti gli abitanti di Taranto che, a stragrande maggioranza, anche nelle ultime elezioni comunali hanno mostrato di non prendere neppure in considerazione le ipotesi di coloro che si battevano per la chiusura coatta della fabbrica. Ma ci sono anche alcuni particolari squisitamente tecnici meritevoli di essere ricordati che concorrono a rendere l’idea di quali conseguenze avrebbe un sequestro dello stabilimento che finisse col fermarne la produzione: si pensi, in proposito, al funzionamento della CET 3, la centrale da 506 MW inaugurata nel 1996 dall’allora Ministro Bersani che viene alimentata in gran parte dai gas di scarico delle lavorazioni siderurgiche. Non c’è il rischio concreto che anche quel sito di generazione – che contribuisce a ridurre le emissioni in atmosfera delle lavorazioni – possa essere disattivato, o comunque incontrare gravi problemi di approvvigionamento del combustibile ? Ed anche la Cementir che utilizza le loppe dell’Ilva per la produzione di cemento – e che venne a suo tempo progettata e localizzata accanto al Siderurgico in logiche di stretta e funzionale integrazione con esso – rischierebbe di non ricevere più la materia prima Ôsecondaria’ per poter assicurare la produzione del prezioso materiale da cantiere. Si disarticolerebbero così – anche in questo caso con drammatici risvolti occupazionali – le integrazioni tecniche con altri impianti insediati all’interno o in prossimità del Siderurgico che furono progettati e realizzati nel corso dei decenni alla luce del grande disegno di integrazione Ôinterna’ del polo manifatturiero insediato a Taranto a partire dal 1960. E’ sicuramente positivo allora che in tanti – dopo lunghi silenzi durati anche anni e vistose disattenzioni – riscoprano, accanto alla funzione occupazionale, l’importanza produttiva del Siderurgico, le sue funzioni trainanti rispetto ad altri stabilimenti ad esso collegati in filiere lunghe, le connessioni funzionali con altre fabbriche della città e la sua incidenza sulla stessa logistica portuale come evidenziato dal Presidente dell’Autorità portuale Sergio Prete. Insomma, fermare l’Ilva significherebbe disarticolare segmenti strategici dell’apparato industriale cittadino, meridionale e nazionale. E’ legittimo allora pensare che nessuno possa volere un simile disastro: e il nobile fine di giustizia che si intenderebbe perseguire decidendo il fermo della fabbrica, finirebbe in realtà con l’essere contraddetto sullo stesso piano etico-giuridico dai gravissimi danni Ôcollaterali’ morali e materiali che si determinerebbero nella vita della comunità tarantina e non solo di essa.

Prof. Federico Pirro, Università di Bari

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