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21 Maggio 2022 - Ultimo aggiornamento il: 21 Maggio 2022 alle 06:42:03

Cronaca

Ilva, la versione di Jindal: noi il nuovo standard per la siderurgia

Il rivale di Arcelor svela: Siderurgico al top con gas e carbone


Una fabbrica capace di produrre acciaio in modo così innovativo da creare “un nuovo standard” per la siderurgia europea e mondiale.

E’ così che Sajjan Jindal, chairman di Jsw Group, vede l’Ilva di Taranto del futuro. A patto – naturalmente – che sia il suo gruppo, insieme ai soci Arvedi, Del Vecchio e Cassa Depositi e Prestiti, uniti sotto le insegne della cordata AcciaItalia, ad aggiudicarsi la gara per mettere le mani su quello che rimane il più grande stabilimento siderurgico continentale. Mr Jindal ha parlato in un’intervista esclusiva a Siderweb, che ha postato su youtube un’anticipazione del colloquio. Pochi minuti in cui l’industriale indiano descrive uno scenario quasi fantascientifico, che stride con le incertezze che caratterizzano questa fase storica dell’impianto tarantino. La “sua” Ilva potrebbe arrivare a produrre dodici milioni di tonnellate d’acciaio: una cifra mostruosa. Che però sarebbe ecocompatibile, perchè l’acciaio made in Ilva sarebbe realizzato con una nuova tecnica di produzione mista carbone-gas.

Parole che si scontrano con quelle di Geert Van Poelvoorde, ceo di ArcelorMittal Europe per i prodotti piani, che nei giorni scorsi ha lanciato bordate contro Jsw, rivale nella gara per l’Ilva. “Come si può pensare che una compagnia che non ha nulla in Europa possa compiere un’operazione di trasformazione dell’Ilva e quindi dell’intero comparto siderurgico in Italia?” le parole del manager Arcelor. Di certo, il difficile presente dell’Ilva appare oggettivamente lontano dalla affascinante visione di avvenerista fabbrica-modello teorizzata da Sajjan Jindal. La decisione del gip di Milano Maria Vicidomini sul no al patteggiamento dei Riva potrebbe determinare un allungamento dei tempi della presentazione delle offerte mentre si allontana il rientro in Italia dei capitali, il celebre miliardo e 300 milioni sotto sequestro. Nelle prossime settimane (e sempre in accordo con la Procura che sembra intenzionata a chiudere le indagini, depositare gli atti e richiedere il rinvio a giudizio) i legali dei Riva dovrebbero riformulare i termini del patteggiamento e cercare di raggiungere un accordo.

Patteggiamento che però dovrà essere proposto davanti a un gup, e quindi in sede di udienza preliminare. Questo mentre dall’Amministrazione Straordinaria si fa sapere che la decisione del Gip di Milano «non influirà sul processo di vendita», anche se trapela una certa preoccupazione per il rallentamento dell’arrivo della cifra definita «importo rilevantissimo» che consentirebbe di «disporre in tempi brevi delle risorse necessarie al completamento del risanamento ambientale dello stabilimento di Taranto». In mancanza di un via libera dai giudici su una nuova istanza di patteggiamento, l’unica strada per ottenere il dissequestro dei fondi sarebbe quella del giudizio ordinario con tempi più lunghi. Anche se, ambienti vicini ai tre commissari fanno sapere che la decisione del gip «non ha alcun effetto diretto e immediato sull’accordo transattivo» che «non ha alcun collegamento con il patteggiamento». Allo stesso tempo, dagli stessi ambienti, si sottolinea che «nell’accordo tra i Riva e l’Ilva non c’è alcuna clausola che faccia cadere l’ipotesi del rientro dei capitali», 1,3 miliardi circa, «a seguito del rigetto del patteggiamento.

Qualora ci si dovesse accorgere che tale rientro non è più realistico verranno rivitalizzate tutte le iniziative possibili in sede civile». Sul piano di risanamento ambientale andrebbero comunque avanti con la copertura di fondi pubblici (già previsti dalla scorsa legge di Stabilità) che, proprio perché destinati al risanamento ambientale, non sarebbero considerati aiuti di Stato. Proprio a proposito del Piano ambientale oggi la prima Commissione del Senato ha approvato l’emendamento che proroga dal 30 giugno al 30 settembre 2017 il termine per l’attuazione delle prescrizioni dell’Aia. «Anche nel processo di Taranto si chiuda la porta a qualsiasi possibilità di accordo in favore degli imputati». E’ quanto auspica il Codacons all’indomani della decisione del gip di Milano di respingere le richieste di patteggiamento avanzate da Adriano, Fabio e Nicola Riva, nell’ambito del procedimento con al centro il crac del gruppo.

«La sproporzione tra le pene concordate – osserva il Codacons – e la gravità dei reati che ha condotto il Gip milanese a respingere la richiesta di patteggiamento trova perfetta rispondenza anche nel processo in corso a Taranto per il presunto disastro ambientale causato dall’Ilva. Non è in alcun modo pensabile che si possa giungere a patteggiamenti o accordi con chi è accusato di gravissimi reati e di aver distrutto l’ambiente e portato migliaia di tarantini ad ammalarsi anche gravemente». Per tale motivo, conclude l’associazione, che nel processo a Taranto rappresenta numerosi residenti affetti da malattie legate all’inquinamento dell’aria, «ci opporremo a qualsiasi ipotesi di patteggiamento e chiederemo alla Corte d’Assise di Taranto di rispedire al mittente proposte di accordi avanzate dagli imputati, così come ha fatto il Tribunale di Milano». Alla finestra restano Jindal e ArcelorMittal, veri rivali per il possibile acquisto.

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