Cronaca

Altri due braccianti picchiati per il salario

Dopo il secondo caso la Cgil interpella il procuratore


“Pensavamo che dopo la denuncia pubblica e gli ultimi arresti di tre rumeni “caporali” a Marina di Ginosa il dramma di alcuni lavoratori agricoli segregati in un casolare nelle campagne della cittadina ionica stesse per volgere al termine, mentre ne abbiamo dovuti soccorrere altri due, sfuggiti all’ira del loro “padrone” solo per aver chiesto il salario.

Ora uno dei due dopo un breve ricovero è stato dimesso con fratture multiple al volto. Come Cgil e Flai. Torniamo a denunciare una condizione di sopruso e sfruttamento che non riguarda solo dei lavoratori ma degli esseri umani trattati come bestie”. Paolo Peluso, segretario generale della Cgil di Taranto e Assunta Urselli, segretario generale della Flai tarantina, affidano le loro dichiarazioni ad un comunicato stampa. Sono reduci da una intera serata (quella di giovedì) e una intera nottata tra il bus terminal di Porta Napoli, l’ospedale Ss. Annunziata e gli uffici competenti dove da ieri al fascicolo dei cinque rumeni aperto la scorsa settimana si aggiunge la denuncia di altri due.

L’allarme intorno alle 16 di giovedì è stato lanciato da uno dei rumeni cacciati dal casolare il 7 febbraio scorso e ora ospitato in una struttura protetta a Bari. La telefonata alla Flai riporta che altri due loro connazionali sono in pericolo, abbandonati dopo le percosse subite al capolinea degli autobus a Porta Napoli. La Cgil dunque si mobilita e sono la stessa segretaria Urselli, insieme a Eva Santoro e a Luigi Lamusta, ad accorrere. Lì trovano due cittadini stranieri ancora sporchi e con il fagotto delle loro poche cose ammassate in una busta per la spesa. Uno di loro ha l’occhio tumefatto ed è visibilmente scosso.

Racconterà ai rappresentanti della Cgil e subito dopo agli inquirenti di essere stato picchiato da un suo connazionale che svolge per un italiano che loro chiamano “il padrone” il ruolo di “caporale”. Anche la donna che è con lui conferma la denuncia e riferisce di essere stata picchiata anche lei tanto da aver dovuto far ricorso nei giorni precedenti alle cure dell’ospedale di Castellaneta.

“Altre due storie che in queste ore confermano le denunce già fatte la scorsa settimana, ma lasciano sgomenti soprattutto perché malgrado fatti circostanziati, denunce e polverone mediatico la vergogna è ancora lì – dice Peluso – e questo è impensabile nonché pericoloso. La preoccupazione della Cgil e della Flai è che ci siano ancora uomini e donne in pericolo, che lavorano anche 12 ore al giorno per una paga che quando viene corrisposta è decurtata dei soldi per il vitto, l’alloggio (se così si può chiamare), le medicine e il trasporto. Anche i due rumeni raccolti per strada raccontano di documenti trattenuti, dell’impossibilità di uscire dal casolare, di condizioni igieniche precarie e di un foglio di assunzione firmato in tutta fretta solo lo scorso 8 febbraio ( all’indomani delle denunce della Cgil). “I lavoratori che abbiamo soccorso lavorano in queste condizioni da agosto scorso – dichiara Assunta Urselli – sono riusciti a farsi pagare solo per i primi tre mesi, anche se la loro paga non è assolutamente proporzionata al lavoro svolto (in alcuni casi anche 12 ore a incassettare frutta e lavorare nei campi) e in tutto questo tempo hanno subìto minacce, percosse, umiliazioni, come se non si trattasse di esseri umani”.

Una situazione che la Cgil trova scandalosa soprattutto per l’omertà in cui tutto questo si è realizzato. “Questi lavoratori sono stati fantasmi non visti, inascoltati, cancellati dalla coscienza collettiva – dice Peluso – e quel casolare è ancora lì, malgrado le denuncie, malgrado le corse verso gli ospedali, malgrado i titoli dei giornali che nei giorni scorsi hanno fatto emergere la loro storia. Ne abbiamo soccorsi altri due e oggi abbiamo fatto l’ennesima denuncia. Ma il fenomeno è più esteso di quanto credessimo e per questo riteniamo opportuno informare nei prossimi giorni anche il Procuratore della Repubblica di Taranto”. La Cgil e la FlaiCgil di Taranto chiedono agli organi preposti al controllo di coordinarsi e fare presto. “Lì c’è una verità da appurare e se le cose fossero confermate ci sarebbe anche un territorio da bonificare dalla collusione di un sistema – conclude Peluso – che non ha visto e se ha visto ha girato lo sguardo dall’altra parte”.

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