Cronaca

Jindal-Mittal, bivio decisivo per il futuro dell’Ilva

Le offerte per l’acquisizione del siderurgico: un duello tra giganti indiani


Ilva al bivio. Con una certezza: di fatto, ed al di là di qualche dichiarazione retorica, il ‘cervello’ del nuovo siderurgico sarà lontano non solo da Taranto, ma dall’Italia. In India.

Ieri, 6 marzo, scadevano i termini entro i quali le due cordate industriali in gara per l’acquisizione dell’azienda devono presentare la loro offerta vincolante. Inizialmente la presentazione sarebbe dovuta avvenire venerdì scorso poi c’è stata un’ulteriore piccola proroga in aggiunta a quella concessa dall’8 febbraio scorso al 3 marzo e ora al 6 marzo.

In corsa, come è noto, due cordate: Am Investco ed AcciaItalia. Che si leggono però, rispettivamente, Arcelor Mittal (con una quota minoritaria a Marcegaglia) e Jindal (con Arvedi, Cassa Depositi e Prestiti e la finanziaria di Leonardo Del Vecchio Delfin). ArcelorMittal è il più grande player mondiale dell’acciaio, nato dalla fusione tra i francesi di Arcelor e l’indiana Mittal, che ha assunto la leadership della nuova compagnia. Jindal, produttore anch’esso indiano, prova a uscire dal cortile di casa ed a confrontarsi, con questa operazione, con il mercato europeo.

Con l’offerta le cordate dovranno indicare il piano ambientale, adeguato con le prescrizioni dettate dal ministero dell’Ambiente, il piano industriale e la somma da versare per l’affitto dell’azienda e il successivo acquisto; quindi, nei 30 giorni successivi al 6 marzo, le offerte saranno valutate e l’advisor finanziario dell’amministrazione straordinaria (Leonardo&Co.) esprimerà il proprio giudizio sulla congruità delle offerte e sulla sostenibilità dei piani industriali anche nella prospettiva di medio lungo termine. Questa fase si chiuderà presumibilmente a metà aprile, quindi ci sarà l’aggiudicazione ad una delle due cordate: quella vincitrice avrà poi 30 giorni per presentare domanda di approvazione del proprio piano ambientale che avverrà con un Dpcm.

Quest’ultimo dovrebbe arrivare tra giugno a settembre, dopodiché partirà il trasferimento degli asset al soggetto che ha acquisito l’Ilva. Con la nuova legge per il Sud e la coesione territoriale, approvata di recente dal Parlamento, i commissari Ilva, Gnudi, Laghi e Carrubba, restano in carica sia per vigilare l’attuazione del piano ambientale da parte dei privati – che possono chiedere anche una proroga della tempistica -, sia per proporre un eventuale piano ambientale aggiuntivo a quello dei privati nel quale ricollocare la manodopera che eventualmente dovesse essere in esubero. Sia per il gruppo guidato da Lakshmi Mittal che per quello capeggiato da Sajjan Jindal, il punto di pareggio nella gestione dell’Ilva oggi in perdita si può raggiungere entro tre anni: le differenze stanno nel “come” arrivarci.

A partire dal nodo Altoforno 5, il più grande d’Europa, fermo da marzo 2015: per ArcelorMittal non c’è spazio per un riavvio nel futuro della nuova Ilva, Jindal invece punta a rifarlo e renderlo parte integrante della produzione mista carbone-gas, altro punto di divergenza tra le due cordate. Arcelor Mittal vuole produrre 6 milioni di tonnellate a Taranto e importarne altri 2 milioni dai propri siti all’estero sotto forma di semilavorati in modo da assestare lo stabilimento ad una quota complessiva di 8 milioni. Jindal, invece, parte con 6 milioni a Taranto e nell’arco di qualche anno aggiunge altri 4-6 milioni di tonnellate, sempre a Taranto, con forni elettrici (di nuova istituzione per il siderurgico) e ricorso al gas. Sajjan Jindal in diverse interviste ha ribadito di credere molto alla riconversione dell’Ilva attraverso il gas e i forni elettrici, citando la prassi produttiva nei suoi stabilimenti in India. Jindal, inoltre, vuole produrre a Taranto il preridotto di ferro che serve ai forni elettrici, una carica di minerali e ferro.

Una strada impercorribile, per i rivali: “Siamo il più grande produttore mondiale di Dri – dice Arcelor Mittal riferendosi appunto al preridotto – è una tecnologia interessante che conosciamo molto bene, ma il suo utilizzo ha senso solo se il prezzo del gas è molto basso e non è il caso dell’Europa”.

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