Cronaca

Non solo Ilva, Jindal vuole anche Piombino

Il gruppo indiano punta anche su un altro storico stabilimento siderurgico italiano


Non solo l’Ilva di Taranto: il gruppo indiano Jindal punta anche su un altro storico stabilimento siderurgico italiano in crisi, quello di Piombino.

Lo riporta il quotidiano La Repubblica. «I problemi della ex-Lucchini sono ancora tutti lì. Irrisolti. Una delle crisi industriali italiane che, rimaste fin qui sotto traccia, rischiano di deflagrare da un momento all’altro. Come il caso Alcoa, con gli operai dell’impianto dell’alluminio di Portovesme fermo da cinque anni, che la prossima settimana potrebbero salire su un traghetto e tornare ad agitare i loro caschi sotto il ministero dello Sviluppo Economico a Roma per avere risposte definitive sulla ripartenza della fabbrica. Due storie emblematiche del declino industriale italiano, delle lotte di intere comunità territoriali per salvare risorse economiche vitali, dei piani del governo (tra riconversioni e nuovi acquirenti) per garantire posti di lavoro» si legge anche sull’edizione online.

«A Piombino 2.200 lavoratori vivono come sospesi in un limbo: nel 2014 l’imprenditore algerino Issad Rebrab (gruppo Cevital) si presentò con un piano industriale da un miliardo di euro che prevedeva il rilancio dell’acciaieria ex-Lucchini e una diversificazione nell’agroindustriale e nella logistica, ma dopo quasi tre anni tutto è fermo, di soldi ne sono arrivati pochi (tanto che l’azienda continua ad avere problemi di circolante) e gli operai (in solidarietà, ma gli ammortizzatori sociali non sono infiniti) ogni giorno entrano in fabbrica senza molto lavoro da svolgere. Anche il governo, che ha fin qui assecondato le promesse di Rebrab, comincia a dubitare dell’affidabilità dell’industriale africano e fioccano gli ultimatum del ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda.

Il prossimo appuntamento è per lunedì 27 marzo: al ministero attendono il ceo di Cevital, Said Benikene e, possibilmente, lo stesso Rebrab che invece è segnalato per quel giorno in Algeria. Sul tavolo di Calenda dovrà essere squadernato un nuovo piano industriale con relativo crono-programma degli impegni: solo in questo caso si potrà andare avanti (anche sbloccando un finanziamento di 20 milioni promesso dalla Regione Toscana), altrimenti diventerebbe inevitabile staccare la spina all’opzione Rebrab. A Piombino c’è grande tensione e venerdì toccherà a Landini, Bentivogli e Palombella “governare” la piazza. Gli stessi sindacati di recente hanno incontrato i rappresentanti della Jindal che ha spiegato il possibile interesse per la ex-Lucchini: una eventuale discesa in campo che si realizzerebbe o in solitaria o in partnership con Rebrab (lasciando in questo caso all’algerino il versante della diversificazione).

In ogni caso a valle dell’esito dell’operazione Ilva, una partita che gli indiani stanno giocando contro la cordata targata Arcelor Mittal e che solo in caso di aggiudicazione del gruppo ex-Riva farebbe scattare sinergie con i laminatoi di Piombino. “Sono situazioni drammatiche – avverte Rosario Rappa della Fiom – è bene che il governo si impegni a trovare soluzioni, come sta facendo per l’Ilva”. Marco Bentivogli (Fim) allarga la riflessione: “L’Italia importa acciaio dall’Unione europea e questo paradosso dimostra che se ci fosse un’adeguata politica industriale il declino manifatturiero potrebbe essere frenato. Le leggi del mercato non sono immutabili».

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