Cronaca

Mafia, torna libero un imprenditore

Accolta dai giudici di Lecce la richiesta dei suoi legali


Processo antimafia Feudo: torna libero il 51enne tarantino Egidio Guarino.

L’uomo ha lasciato il carcere di Voghera dopo che il gip del tribunale di Lecce, dottor Stefano Sernia, accogliendo la richiesta dell’avvocato Fausto Soggia, ha revocato la misura della custodia in carcere per il 51enne coinvolto nella operazione “Feudo”. Guarino, imprenditore incensurato, era stato arrestato a giugno del 2016 per associazione mafiosa, con qualifica di promotore, e tentata estorsione ai danni di un’azienda. Secondo l’accusa avrebbe avuto il compito di sovrintendere alla gestione degli investimenti in attività economiche apparentemente legali ricondotte all’organizzazione mafiosa, per il reimpiego dei proventi illeciti derivanti dalle attività criminose. Il gip del tribunale di Lecce ha ritenuto insussistente il pericolo di reiterazione del reato da parte di Guarino, il quale dopo la morte del boss Cesario ha troncato ogni rapporo con l’organizzazione.

L’udienza preliminare del processo Feudo alla vecchia e alla nuova mala è stata fissata dal dottor Stefano Sernia per il prossimo 21 aprile. Sono 87 gli imputati che dovranno comparire dinanzi al gup tra cui persone ritenute vicine al clan Cesario e storici esponenti della mala tarantina come Nicola De Vitis e Orlando D’Oronzo. Il clan Cesario sgominato dalla Guardia di Finanza coordinata dalla Dda di Lecce si occupava di tutto: traffico di droga, racket, usura, riciclaggio di denaro, armi. Era in contatto con il clan tarantino D’Oronzo -De Vitis e un clan calabrese.

Affari illeciti in Città Vecchia, Tamburi, Paolo VI e Statte. Trentotto gli arrestati e quarantotto gli indagati a piede libero. Giuseppe Cesario, detto Pelè, deceduto il 29 marzo del 2014, era il capo indiscusso. “Io sono il padrino” aveva detto più volte agli affiliati. Cesario decideva su tutto e su tutti. Controllava tutte le attività del clan, decideva sulla destinazione dei proventi molti dei quali reimpiegati in attività economiche lecite, dava i compensi, compreso quelli utilizzati per il sostentamento delle famiglie degli affiliati che erano in carcere. Le fiamme gialle hanno accertato che il capo attraverso due uomini di fiducia provvedeva anche a dirimere controversie interne alla organizzazione. Altri elementi di spicco avevano il compito di organizzare la vigilanza sul boss che spesso era costretto a ricoveri in ospedale. I luogotenenti curavano per conto del clan l’approvvigionamento di armi e droga e intrattenevano rapporti con esponenti della ‘ndrangheta. Altri ricoprivano il ruolo di autisti, guardaspalle e cassieri dell’organizzazione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche