Cronaca

Nel corteo pure tecnici e ingegneri: “Paghiamo gli errori del passato”


TARANTO – Operai, ingegneri, tecnici. Non ci sono distinzioni. E nelle primissime ore del pomeriggio, quando la notizia del sequestro degli impianti dell’area a caldo dell’Ilva si è ormai diffusa, tutti scendono in strada per dar vita ad un corteo ciclopico. Tutti in strada. In marcia sulla statale 100 alla volta del ponte girevole che viene bloccato. La meta è la prefettura dove si attende che i sindacati, che hanno incontrato il prefetto, possano divulgare notizie certe. Perché l’incertezza la fa da padrona nel pomeriggio di un 26 luglio che resterà nella storia di Taranto. Usciti dal tavolo col prefetto Sammartino, i segretari di categoria non riescono neanche a riferire degli impegni del governo che i lavoratori che hanno raggiunto a piedi, dalla fabbrica, palazzo del governo, in un pomeriggio estenuante da tutti i punti di vista, si muovono in massa verso il ponte girevole, roccaforte della protesta.

La notte la passeranno lì, con loro i rappresentanti sindacali. Sotto la prefettura, e su tutto corso Cavour, i volti che si incrociano sono quelli di gente visibilmente provata. Qualcuno si riposa attorno a piazza Garibaldi. Piccole soste in bar e panifici, per poter affrontare quella che si preannuncia come un lunga giornata (e nottata). In un mondo (quello del siderurgico) fatto principalmente di uomini incrociamo l’esperienza di una donna. Sara, un ingegnere che lavora da quattro anni nell’ufficio Ecologia, non ha dubbi: “Non c’è assolutamente nessuna contrapposizione tra ambiente e lavoro. La scorsa settimana sono stati nostri ospiti i tecnici di Arpa e Ispra. Hanno visitato l’agglomerato, ci hanno fatto i complimenti”. Sono in totale una quarantina le donne che lavorano in Ilva, una decina quelle con mansioni tecniche. A Sara fa eco Antonio, suo collega: “Paghiamo il pegno di 40 anni di Ilva. Oggi siamo di fronte a provvedimenti fuori tempo. Nel nostro ufficio ci sono almeno 60 persone. L’ambiente, i controlli, i campionamenti che continueremo a fare anche domani sono la nostra materia. Quello di oggi è un passo indietro. Nessuna altra impresa può garantire interventi di questa portata. Nei confronti dell’Ilva vediamo pregiudizio e preconcetti che bloccano anche gli orizzonti futuri”. “Oggi paghiamo un vecchio modo di fare e di comunicare all’esterno l’attività che si fa al di là dei cancelli del siderurgico” dicono altri suoi colleghi. Tra loro Andrea che in quell’ufficio è dal ‘97 e ha potuto vedere l’evolversi della situazione. Parla di un ufficio che si è potenziato in fatto di personale (la maggior parte laureati tarantini) e apparecchiature. Parla per metafore Andrea. “Dal ‘97 ad oggi ho visto la trasformazione della fabbrica. E’ come se il medico ti dicesse che le analisi sono perfette e il giorno dopo ti comunicasse che devi morire. E’ così che ci sentiamo. Sapevamo dell’inchiesta ma è come se avessimo ereditato una casa diroccata che stiamo restaurando. Spero che si possano tutelare ambiente e lavoro, ma deve essere data la possibilità alla tecnologia di andare avanti. L’azienda ha sposato una politica di ambientalizzazione e tutti, anche gli operai nei reparti, sanno che manovre adottare per limitare le emissioni”.

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