27 Novembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 27 Novembre 2021 alle 13:00:00

Cronaca

Ilva, ArcelorMittal boccia il preridotto

A Taranto lo stato maggiore del colosso francoindiano


Da una parte aprono alla Cassa Depositi e Prestiti, dall’altra scendono a Taranto per spiegare come il preridotto tanto caro ad Emiliano e sul quale puntano gli indiani di Jindal non renderebbe competitivo lo stabilimento Ilva.

Arcelor Mit tal sfodera tutta la sua aggressività imprenditoriale per vincere la partita che si sta giocando sul siderurgico tarantino. In una intervista rilasciata a Repubblica, Lakshmi Mittal si dice addirittura pronto ad accogliere nella propria cordata la Cassa Depositi e Prestiti, che è il partner finanziario del gruppo concorrente. Un chiaro tentativo, quindi, di svuotare il fronte avversario. Oggi a Taranto erano invece Carl De Marè, responsabile nuove tecnologie di Arcelor Mittal, e la responsabile della comunicazione Nicola Davidson. Obiettivo: demolire la narrazione sull’uso del preridotto, uno dei punti di forza di Jindal.

«Conosciamo bene questa tecnologia – hanno spiegato De Marè e la Davidson – perché già nel 1982 l’abbiamo applicata in uno stabilimento in Indonesia. Ad Amburgo c’è l’unico impianto europeo che utilizza il preridotto ed è uno stabilimento di Arcelor Mittal». Ma a Taranto, a detta dei tecnici di Arcelor Mittal, il preridotto sarebbe insostenibile. «In Italia non ci sono le condizioni per impiegare con vantaggio questa tecnologia. In India è differente: il gas e il rottame costano meno. Trasferire qui l’esperienza indiana di Jindal è strada non percorribile. Persino con un costo agevolato del gas i costi di produzione sarebbero notevolmente più alti dei costi medi europpei».

Dunque, secondo l’Arcelor-pensiero, con il preridotto lo stabilimento di Taranto sarebbe fuori mercato. Come abbattere dunque l’inquinamento e allo stesso tempo garantire competivitità? La soluzione tecnologica proposta da Arcelor-Mittal è nella immissione negli altiforni dei gas di produzione per ridurre il consumo di coke e carbone. Una tecnologia che permetterebbe addirittura di ricavare bioetanolo da reimpiegare per usi industriali e civili. Lo scenario Arcelor – secondo quanto illustrato stamattina – consentirebbe di abbattere le emissioni di andidride carbonica in misura superiore a quanto si riuscirebbe a ottenere con lo scenario proposto da Jindal.

Dunque, con Arcelor lo stabilimento continuerebbe a funzionare con gli altiforni tradizionali e non con i forni elettrici proposti da Jindal. Il piano dei franco indiani ha come obiettivo finale la produzione di 9,5 milioni di tonnellate. Ci si arriverebbe in due tempi: «In una prima fase la produzione sarà di 6 milioni di tonnellate con 3 altiforni e l’importazione di 4 milioni di tonnellate di bramme. Completata l’Aia sarà avviata la seconda fase che prevede una produzione di 8 milioni di tonnellate con 5 altiforni e l’importazione di 2 milioni di tonnellate di bramme».

Resta top secret il prezzo offerto da Arcelor per aggiudicarsi lo stabilimento, mentre è stato confermatoil piano di investimenti che ammonta a 2,3 miliardi: 1,2 miliardi per il piano industriale e 1,1 miliardi per il piano ambientale. «La nostra offerta include anche un centro di ricerca a Taranto per un investimento di 250 milioni di euro. Vogliamo produrre acciai ad alta resistenza e aumentare la quota per l’industria automobilistica che oggi, per Ilva, è solo di 50 mila tonnellate. A Taranto istituiremo il nostro quartier generale, a Milano ci sarà solo l’ufficio vendite».

Nessuna tempistica per la copertura dei parchi minerali: «Non possiamo indicare tempi perché non abbiamo accesso a tutti i dati ingegneristici, ma la copertura resta una nostra priorità». Infine, tutt’altro che ultimo per importanza, il nodo dell’occupazione. Anche qui, strategie secretate. Una indicazione, però, è sibillina: «In Europa ogni anno incrementiamo di duemila unità i posti di lavoro, quindi c’è possibilità di lavorare nei nostri stabilimenti». Pane per i sindacati.

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

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