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23 Maggio 2022 - Ultimo aggiornamento il: 22 Maggio 2022 alle 22:57:00

Cronaca

Così Taranto ha perso l’oro bianco

Ora è preda dei ladri di ferro


Depredata. Cavi elettrici tranciati e portati via, macchinari smontati pezzo pezzo e spariti, forse venduti come ferro vecchio.

Il malinconico piazzale vuoto, divorato dalle erbacce, è una fotografia molto nitida di ciò che è stato il destino dello stabilimento di via Galeso. L’ultimo arrembaggio è di qualche giorno fa: tre ladri arrestati mentre tentavano l’assalto a ciò che resta della vecchia e gloriosa Centrale del Latte.

Abbandonata da un paio d’anni, da quando cioè è stato decretato il fallimento dell’ultima società che ne è stata proprietaria, la Gealat. L’aveva prelevata appena due anni prima dalla Parmalat, promettendone il rilancio. Due anni dopo è invece calato mestamente il sipario. Un altro pezzo della storia produttiva della città definitivamente consegnato agli archivi. Un storia di oltre mezzo secolo, quella della Centrale del Latte, cominciata nei primi anni Cinquanta per intuizione del principe Romanazzi, che fondò lo stabilimento per la produzione di quello che per tutti sarebbe sempre stato il “latte della Centrale”. Il latte nella inconfondibile confezione in tetrapak triangolare con i colori rossoblu e l’identitario marchio con il capitello jonico.

Un inno alla felice tarantinità di quegli anni. Quell’investimento promosso dal nobile latifondista si trasformò in realtà in un esperimento di partnership imprenditoriale tra pubblico e privato, perché nel pacchetto azionario della Centrale entrarono l’Ente regionale di sviluppo agricolo e lo stesso Comune, che deteneva diritti sui terreni. La mano pubblica prese via via il sopravvento e l’Ersap divenne il proprietario quasi esclusivo dello stabilimento. Erano gli anni ‘70 e Taranto era ormai una grande realtà industriale. Di impronta pubblica, però: lavoro per tutti, ma scarsa attitudine imprenditoriale.

Una ricetta che non poteva funzionare in eterno e così anche la Centrale è costretta ad adattarsi alle esigenze di mercato. Nel ‘91 finisce nelle mani della Parmalat. Un nome grosso, di portata internazionale. Per lo stabilimento di via Galeso sembrano schiudersi orizzonti di gloria e infatti fino ai primi anni Duemila la produzione schizza ad oltre un milione di litri al giorno e e dipendenti che ci lavorano sono circa una cinquantina ai quali vanno ad aggiungersi gli assunti dalle agenzie interinali nei periodi di picco produttivo. Da via Gasleso i camion frigo si diramano per tutto il Sud Italia, dalla Campania alla Sicilia.

A tutto latte, dunque? Apparentemente sì. A Collecchio, però, quartier generale di Calisto Tanzi, i conti cominciano a non quadrare: siamo di fronte ad uno dei più grandi buchi finanziari della storia. Una voragine da quattordici miliardi di euro che risucchia anche la Centrale del Latte di Taranto. Arriva il commissario Enrico Bondi – lo stesso che nel 2013 tornerà nella storia industriale di Taranto come commissario straordinario dell’Ilva – e la politica di risanamento diventa quella dello spezzatino. Nonostante i fondi europei spesi per ristrutturare ed ammodernare lo stabilimento di via Galeso, Bondi e i dirigenti del gruppo decidono di puntare sullo stabilimento di Piana di Monteverna, provincia di Caserta. Una scelta che appare incomprensibile e sulla quale ancora oggi fioccano fior di ipotesi dietrologiche.

La Centrale del Latte di Taranto muore praticamente lì. Dopo il fallimento della Gealat le proposte per il rilancio si susseguono: quelle politiche pensano ad un piano con Agromed, una cassaforte che da anni tiene inspiegabilmente chiusa al proprio interno la bellezza di dieci milioni di euro; quelle imprenditoriali puntano ad un unico polo produttivo con la Borsci, altra storia travagliata. Non se ne farà nulla. Per giustificare la scarsa attenzione verso la Centrale c’è anche chi scomoda il marchio d’infamia della vicina Ilva, ormai alibi per giustificare ogni fallimento. La Centrale del Latte è marcita lì, in via Galeso. Da miniera d’oro bianco a miniera di ferro per ladri di rottami.

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

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