Cronaca

Facoltà d’uso Ilva, no alla revoca

La decisione della corte d’Assise mentre si prepara la battaglia alla corte europea


L’Ilva non si spegne.

La Corte d’Assise di Taranto
(presidente Michele Petrangelo, a latere Fulvia Misserini) ha
dichiarato inammissibile l’istanza presentata dalle parti civili al
processo ‘Ambiente svenduto’ con la quale si chiedeva di revocare
la facoltà d’uso degli impianti dell’area a caldo sotto sequestro
dal luglio 2012. L’istanza era stata presentata nell’udienza del
2 marzo scorso dai legali di una serie di associazioni e di più
di 500 cittadini parti civili. Il processo riprenderà il 9 maggio
prossimo: si deciderà sui patteggiamenti presentati dalle società
Ilva spa e Riva Forni Elettrici, la cui posizione è stata stralciata
nel processo Ambiente Svenduto.

Ad occuparsene sarà un nuovo
collegio di giudici a cui la Corte presieduta da Michele Petrangelo
ha rinviato gli atti. La richiesta di patteggiamento dell’Ilva spa
prevede otto mesi di commissariamento giudiziale, affidato sempre
agli attuali commissari Gnudi, Carrubba e Laghi, e 241 milioni a
titolo di confisca, quale profitto del reato compiuto tra il 2009
e il 2013, e altri 2 milioni come sanzione. Il patteggiamento di
Riva Forni Elettrici si aggira invece sui 2 milioni di euro. I legali
dell’ex Riva Fire avevano chiesto uno stralcio della loro posizione
in attesa che si perfezionasse il rientro dall’estero in Italia del
miliardo e 230 milioni sequestrato nel 2013 dalla Procura di Milano,
custodito nei sette trust dell’isola del Canale della Manica aperti
dalla famiglia Riva. La Corte d’Assise ha però respinto l’istanza.

Come è noto, il Tribunale Federale di Losanna ha rinviato al 31
maggio prossimo, indicando nell’ordinanza questo termine come
tassativo, la decisione sul rientro in Italia di 1,3 miliardi di euro,
sequestrati agli ex proprietari dell’Ilva nell’ambito di una inchiesta
della procura di Milano e custoditi in sette trust dell’isola
del Canale della Manica aperti dalla famiglia Riva. La proroga è
legata all’attesa della pronuncia della Royal Court di Jersey. L’ulteriore
proroga, che ora però sarà definitiva, si è resa necessario
in quanto la Royal Court del Jersey, a sua volta, ha fissato al 12
maggio la nuova udienza nella quale dovrà esprimersi sullo svincolo
del denaro. Solo in seguito a una pronuncia favorevole della
Corte di Jersey, il tribunale federale di Losanna potrà rispondere
positivamente alla richiesta di assistenza giudiziaria presentata
dal tribunale di Milano.

Intanto, entro il 24 maggio il governo italiano deve dare la sua
risposta alla Corte europea per i diritti umani di Strasburgo dove è
stato ammesso un ricorso di 180 cittadini di Taranto. Contestano
allo Stato di aver consentito all’Ilva di inquinare non adottando
alcun intervento di tutela della popolazione. “Ci auguriamo che
il Governo questa volta rispetti i termini stabiliti dalla Corte di
Strasburgo e non chieda delle proroghe come la volta scorsa,
facendoci perdere ben 6 mesi nonostante il carattere d’urgenza
stabilito dalla Corte stessa per la situazione di pericolo cui sono
esposti i tarantini” dichiara Lina Ambrogi Melle, promotrice del
ricorso collettivo.

Altro fronte caldo, quello dell’indotto: Ilva
comunica che “già da tempo, in modo autonomo e spontaneo,
ha provveduto a individuare una serie di soluzioni concrete per
garantire migliori condizioni di lavoro agli operatori delle imprese
terze che svolgono attività all’interno dello stabilimento di Taranto”
ed “ha programmato queste attività nonostante l’erogazione
dei servizi per gli operatori delle ditte appaltatrici, tra i quali gli
spogliatoi, le docce e la mensa, siano di esclusiva competenza e
responsabilità delle stesse ditte e non della Società”.

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