Cronaca

L’Ilva e lo spettro di Van Miert

Un nome dal suono un po’ sinistro


Karel Van Miert. Qualcuno
forse lo ricorda ancora
questo nome dal suono un
po’ sinistro.

Era lo spietato
commissario europeo alla
concorrenza che al principio
degli anni ’90 scatenò
il derby al massacro della
siderurgia italiana: o Taranto
o Bagnoli. L’Italia
produceva troppo acciaio e
fu costretta ad una scelta.
Il derby lo vinse Taranto e
Bagnoli, che già da diversi
anni segnava il passo, ebbe
come destino lo smantellamento
degli impianti che si
affacciavano sulla baia di
Pozzuoli. Per Taranto, però,
si apriva una nuova partita:
quella che porterà alla
privatizzazione. Giocata
sempre con il morso al collo
della Comunità Economica
Europea e del solito Van
Miert. Sappiamo come è
andata a finire.

Oggi è di nuovo l’antitrust
dell’Ue che incrocia i destini
del siderurgico. Questa
volta i rischi appaiono
ancora maggiori, perché la
mannaia europea potrebbe
abbattersi su quella che,
almeno al momento, sembra
l’unica via d’uscita dal
pantano nel quale l’Ilva è
invischiata ormai da cinque
anni: la ri-privatizzazione
dello stabilimento. Il pesante
intervento dell’Ue rischia
di far saltare il tavolo dove
si stanno sfidando le cordate
di Arcelor-Mittal e di
Jindal, ognuno con la sua
banca di riferimento: Intesa
Sanpaolo (particolare non
trascurabile: è la stessa
dei Boc che rischiano di
affondare il Comune), da
una parte; Cassa Depositi e
Prestiti, dall’altra.
I commissari tentano un
disperato rinvio.

L’impressione
è che non ci sia un
piano B. Lo scenario è però
sufficiente per comprendere
quanto enormi e complessi
siano gli interessi in gioco.
Sembra di capire che il
percorso sarà ancora lungo
e, purtroppo, doloroso. E
fa sorridere l’ingenuità – o
forse solo la demagogia – di
quanti fino a qualche mese
fa brandivano la chiusura
dell’Ilva come scelta politica.

Qualcosa devono averla
compresa anche i candidati
sindaco, dai cui programmi
la chiusura dello stabilimento
è prudentemente
evaporata: vuoi per non
inimicarsi i lavoratori-elettori
dell’Ilva, vuoi perché
c’è il timore di ritrovarsi
a gestire una situazione
oggettivamente esplosiva,
vuoi perché in una disputa
gigantesca come questa il
potere del sindaco è fin
troppo modesto.
Un buon sindaco sarà non
chi sfoglierà il libro delle
fiabe, ma chi dimostrerà di
avere spalle sufficientemente
larghe per caricarsi la
città negli anni difficili che
ci attendono: quelli della
transizione.

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