12 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 12 Maggio 2021 alle 07:11:00

Cronaca

Il gigante elettromagnetico

E' lì da quarant'anni. Pericoli? I cittadini non sono informati. Le beffa del regolamento comunale


TARANTO – È lì da quasi quarant’anni. Affacciandosi ai balconi si ha quasi la sensazione di poterla toccare con mano. È l’antenna. Un totem diventato simbolo di un luogo, tra via Verga e via Leopardi. Rione Tamburi, per intenderci. È così entrata nell’immaginario popolare, così entrata nella configurazione urbanistica del quartiere da diventare un punto di riferimento stradale. Qui c’era anche la tradizione di fare la pettolata natalizia “sotto l’antenna”, per l’appunto. Quasi un modo per esorcizzare la paura che serpeggia tra quanti abitano intorno a questo gigante di acciaio dove sono agganciati i ripetitori telefonici.

«Ci sono diciotto moduli», dice Giuseppe Miceli. Lui, insieme a Franco Fanelli, dell’associazione “19 luglio 1960” (la data di posa della prima pietra dello stabilimento siderurgico), più volte ha provato a sollevare l’attenzione su questa presenza che sbalordisce l’occhio non assuefatto e sui timori che le onde elettromagnetiche possano provocare danni alla salute.

«Abbiamo fatto denunce pubbliche, abbiamo organizzato dibattiti ai quali abbiamo invitato anche l’Arpa, ma non abbiamo mai avuto alcun riscontro. Alcuni anni fa l’allora assessore all’ambiente, Sebastiano Romeo, incaricò una ditta specializzata di fare un rilevamento tecnico. Ma dell’esito di quel rilevamento non abbiamo mai saputo nulla».

Eppure, il potenziale impatto di questo colosso sulla salute delle persone avrebbe meritato più attenzione. Dietro l’angolo, in via delle Sciaie, c’è la clinica San Camillo e qualche metro più in là ci sono i padiglioni della scuola Gabelli. Quell’imponente traliccio fu innalzato quando scuola e clinica era lì già da anni. Ma allora non ci si preoccupava affatto. Le paure sono affiorate decenni dopo.

«Finirà che moriremo tutti di tumore», dice rassegnato e sconsolato un giovane che abita proprio in via Verga.

«Non ci sono attualmente prove scientifiche sufficienti a sostegno di un rapporto diretto causa-effetto tra esposizione a campi elettromagnetici e cancro», è scritto invece sulla pagina dell’Airc, l’associazione per la ricerca sul cancro.

Ma ciò che manca davvero in questa storia dell’antenna di via Verga è l’informazione. Nel 2009 il Comune annunciò la nascita dell’Ufficio antenne e di una sezione sul sito web del Comune dove sarebbero arrivati flussi di informazione in continuo aggiornamento con la mappa della dislocazione di antenne telefoniche in città. Oggi a guardare quella sezione sul sito del Comune viene da sorridere. Ci sono solo tre documenti: l’invito ad una conferenza di servizi del 2009, il regolamento comunale sulle antenne di telefonia mobile, il verbale di una conferenza di servizi del 2009 sui piani di installazione presentati dai gestori.

Il regolamento, approvato all’unanimità dal consiglio comunale il 16 aprile del 2008, è una perla beffarda di belle parole rimaste lettera morta: si parla di cittadinanza digitale, si fa riferimento alla convenzione di Aarhus sulla partecipazione e la trasparenza, si favoleggia di una banca dati strutturata, informatizzata ed accessibile al pubblico, si dice che ogni tre anni sarà aggiornato il documento cartografico con la mappa delle installazioni e che addirittura dovrebbero essere indicati i siti pubblici dove sarebbe preferibile installare i nuovi impianti e delocalizzare quelli esistenti. Affacciandosi dai balconi di via Verga sembra uno scherzo il riferimento, in quel regolamento, al principio di precauzione. La ciliegina è però la figura del responsabile dell’ufficio antenne, che dovrebbe essere un laureato in ingegneria elettronica che abbia sostenuto l’esame in “Campi elettromagnetici e antenne». Esplorando il sito del Comune non si trova traccia di questo ingegnere responsabile dell’ufficio antenne. Esiste un “Ufficio impianti telefonia mobile”. Il responsabile? Un geometra. E per oggi è tutto.

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