Cronaca

Massimo Bossetti, la fisica quantistica e l’impossibile difesa

La condanna per il muratore di Mapello


TARANTO- Una camera di consiglio fiume. Una storica maratona tv con inviati stremati dalla fatica e ospiti in studio costretti a commentare per ore l’assenza di notizie. Si parte in prime time e di rinvio in rinvio si supera la mezzanotte, appesi ai commenti da bar 2.0 sputati su Twitter e ai video pseudo amatoriali.
La corte non si pronuncia? Nell’attesa tutti insieme a guardare la moglie dell’imputato, Marita Comi, che, a sua volta, segue la trasmissione via tablet da un ristorante vicino al tribunale, in un delirio autoreferenziale che svuota di senso la cronaca giudiziaria.
Tra battibecchi a base di dna e commenti gossippari sulle “donne di Bossetti” (lo stile Marita batte ai punti la suocera e la cognata) il processo del secolo, alias il caso di Yara, tocca una nuova tappa cruciale con la conferma della condanna di Massimo Bossetti in secondo grado e il compimento del suo destino di imputato mediatico.
La Corte d’Assise d’appello tiene sul filo la giuria popolare assiepata dietro gli schermi di tv e smartphone. “Se ci mettono tanto a decidere, c’è una spaccatura e se c’è una spaccatura le cose si mettono bene per l’imputato”. Questa la vulgata che aizza fino all’ultimo secondo lo scontro tra audience innocentista e colpevolista, provando che anche in tempi ipertecnologici format classici come La parola alla giuria di Sidney Lumet funzionano alla grande. La presunta doccia fredda, l’ergastolo, non placa gli animi. Nella rituale attesa delle motivazioni dei giudici il partito pro Bossetti e quello contro non deporranno le armi. C’è ancora la Cassazione e, in extrema ratio, l’istanza di revisione. Il processo a puntate non si ferma, ed è già questa una sentenza di fine pena mai.
Qualunque sia il suo destino processuale, l’intreccio tra la giustizia istituzionale e mediatica trasforma l’imputato Bossetti in un precedente vivente. Dopo di lui nulla sarà come prima. E non solo perché il processo per l’omicidio di Yara Gambirasio è un processo al dna come “prova regina”.
Massimo Bossetti mette a nudo un paradosso del sistema che in molti tentano di ignorare. Per raccontarlo può essere utile il celebre gatto nella scatola di Schrödinger.
Il matematico austriaco lo usa nel 1935 per dimostrare i limiti dell’interpretazione classica della fisica quantistica, basata sull’idea che due sistemi interagenti siano da considerare come un sistema unico.
Schrödinger immagina di porre in una scatola un gatto e una piccola quantità di sostanza radioattiva (come un atomo di uranio), con un contatore Geiger che ne misura il decadimento collegato a un martello in grado di schiacciare una fiala di veleno. Se la sostanza tossica decade, il martello si attiva, distrugge la fiala e causa la morte del gatto. Poiché la fisica quantistica non è in grado di stabilire quando ciò avverrà, senza aprire la scatola non si potrà stabilire se il gatto è vivo o no. Con la logica conseguenza di doverlo di considerare allo stesso tempo vivo e morto.
Nel caso di Bossetti i sistemi interagenti sono la narrazione mediatica e quella giudiziaria. La prima funziona come un sistema quantistico: ogni elemento influenza gli altri, ma i suoi effetti non possono essere previsti con certezza. Un atomo di uranio emette radiazioni, ma non è dato sapere il momento esatto in cui lo farà e quindi anticiparne le conseguenze.
Ne è un esempio l’uso giornalistico del dna del killer: in teoria avrebbe dovuto azzerare la credibilità di Bossetti, nella realtà ha fatto da moltiplicatore della platea a suo favore. La narrazione giudiziaria, invece, è un macrosistema basato sulla certezza: conosciuti alcuni dati si può prevedere esattamente a cosa porteranno. Ovvero testimonianze a carico, prove, indizi, rilievi scientifici creano i presupposti per una condanna di colpevolezza, stabilendo se un omicidio è stato colposo, volontario, premeditato e comminando una pena commisurata.
I due sistemi dovrebbero essere nettamente separati, ma, proprio come nell’esperimento di Schrödinger, risultano intrecciati in maniera inestricabile.
Quando i cronisti rilasciano l’equivalente giornalistico dell’atomo di uranio, cioè i frame della narrazione tossica, questi innescano uno sdoppiamento. Alla verità giudiziaria, basata su riscontri oggettivi e ricostruzioni certe, si sovrappone quella mediatica, fondata su suggestioni e valutazioni “di pancia”, moltiplicando gli scenari all’infinito. Un condannato in via definitiva può essere percepito come la vittima di un errore giudiziario e un imputato non andato a processo diventa colpevole ancora prima di varcare il tribunale. In aula accusa e difesa portano ricostruzioni inconciliabili, una col gatto morto, l’altra col gatto vivo e vegeto. Per uscire dall’incertezza si impone l’apertura della scatola, l’osservazione oggettiva che porta alla cosiddetta verità dei fatti.
Il paradosso di Bossetti si consuma nel rifiuto di aprire la scatola, accettando che gli scenari ipotetici siano smentibili dalla realtà. La sovrapposizione dei sistemi, a parolevituperata con l’anatema sulle “pressioni mediatiche”, fa comodo a entrambe le parti in gioco, che trasformano la ricostruzione dibattimentale in un viaggio attraverso mondi paralleli degno del Doctor Who. Tutto consumato sulla pelle dell’imputato. Esperti qualificati (ma anche sulle qualifiche, che battaglia!) dichiarano il dna repertato sui vestiti della vittima allo stesso tempo riconducibile a Bossetti al cento per cento e non risolutivo.

a difesa avanza dei dubbi sull’analisi del solo profilo mitocondriale, chiedendo una nuova perizia, cioè che si apra la scatola ad armi pari guardando dentro tutti insieme. Del resto l’imputato avrebbe avuto il diritto a test indipendenti sulla traccia biologica attribuita a Ignoto 1. Ma, come entrambe le parti ben sanno, il test, a causa della scarsità del materiale, non è ripetibile. Il che è funzionale all’accusa per dichiararlo inutile e alla difesa a invocare il ragionevole dubbio. Nella Scatola c’è un Ignoto 1 con il volto di Massimo Bossetti e un Ignoto 1 con la maschera.
Nell’altalena tra i due va perso il punto cruciale: la presenza di una traccia biologica dell’imputato, in assenza di altri elementi, non può materializzare una ricostruzione dei fatti attendibile. Anche dando per certo che sia di Bossetti non prova la sua condotta omicidiaria. Tornando all’esempio del felino, dell’atomo e del martello, il gatto non è coinvolto nella reazione, inutile chiedergli cosa sia successo.
Senza contare che, come ha scritto Natale Fusaro, docente di Criminologia alla Sapienza di Roma, «la prova si forma nel contraddittorio, ma l’esame del dna è avvenuto prima che Bossetti fosse indagato». Che equivale a infilare il gatto in una scatola aperta e mal richiusa. Che in un caso si trasforma in un vero e proprio “pacco”. Per ancorare Bossetti alla scena del crimine aldilà del dna si ricorre a prove fotografiche e informatiche. Rientra nel primo gruppo il video che immortala il furgone di Bossetti mentre gira ripetutamente intorno alla palestra dove Yara è stata vista viva per l’ultima volta. Rilasciato dal Ris alla stampa innesca racconti fantasiosi, con l’imputato paragonato a una bestia feroce che bracca la vittima del suo insano appetito sessuale. A smontarlo un consulente della difesa, dimostrando che è frutto di un collage di immagini non riconducibili con certezza al furgone dell’imputato, anzi, riferibili a veicoli diversi. Una bufala, un atomo di uranio pronto ad azionare il martello, che solo per una variazione casuale viene disinnescato, ma senza essere mai entrato nel dibattimento.
Non resta che la prova informatica: per l’accusa il cellulare di Bossetti e quello di Yara hanno agganciato la cella di Brembate nello stesso momento, perciò erano insieme, presumibilmente negli istanti immediatamente prima, durante e dopo il delitto. In realtà l’aggancio non è simultaneo (Bossetti entra un’ora prima della vittima) e in ogni caso avviene a una cella che è comune alla zona di residenza e frequentazione di entrambi.
In ultimo il movente: Bossetti è un maniaco sessuale, come provano le verifiche fatte sul suo computer e le lettere hard inviate dal carcere a una donna detenuta. Atomi particolarmente tossici.
Per anni i media parlano delle ricerche fatte con la chiave “sesso + tredicenni” e di materiale pedopornografico visionato dall’imputato. I riscontri, però, mancano. Nel computer di Bossetti, sostiene la difesa in appello, zero foto di minori, anzi «neanche una donna nuda» e non c’è prova che le ricerche siano state fatte da lui, in quanto il pc era a disposizione anche di altri componenti della famiglia.
Per quanto riguarda le lettere osé scambiate con una detenuta e indicate dalla stampa come prova di perversione, il solo fatto che siano state acquisite agli atti processuali dalla Corte d›Assise di Bergamo costituisce una frattura dei diritti dell’imputato, violato nella privacy, (le preferenze sessuali sono dati sensibili) e nel divieto di essere sottoposto a una valutazione di personalità e a una stigmatizzazione in merito a comportamenti che non hanno nessuna rilevanza processuale. Le abitudini d’alcova del gatto non offrono indicazioni sul suo destino nella scatola.
Che resta sigillata mentre, al suo interno, Bossetti non ha reale possibilità di difendersi, perché non ha prove costituite in dibattimento da poter confutare.
Non può rifare il test del dna.
Non può contraddire una traccia biologica che lo accusa senza attribuirgli una condotta specifica.
Non può difendersi da giudizi morali sul suo modo di essere.
Riguardo al suo coinvolgimento nel delitto Gambirasio passeremo anni a dividerci tra colpevolismo e innocentismo, categorie tossiche per definizione, perché ci siamo allontanati senza rimedio dal terreno dell’accertamento della realtà dei fatti. Non è successo in un giorno. Ci sono state infinite scatole nel mezzo.
A partire dalla prima, con il muratore di Mapello braccato in cantiere, ammanettato in ginocchio a favore di telecamere. “Tentava di scappare” dicono i colpevolisti; “era chiaramente atterrito e incredulo” rispondono gli innocentisti.
Nessuno si chiede come sia finito nella scatola.
E chi abbia chiuso per sempre il coperchio.
16 giugno del 2014. Il ministro dell’Interno Angelino Alfano dichiara: «Le forze dell’ordine, d’intesa con la magistratura, hanno individuato l’assassino di Yara Gambirasaio (…) È una persona del luogo. Ringraziamo tutti, ognuno nel proprio ruolo, per l’impegno massimo, l’alta professionalità e la passione investiti nella difficile ricerca di questo efferato assassino che non è più senza volto».
Se la sentenza precede il processo, come in un tribunale mediatico qualsiasi, nessuna difesa è possibile e “colpevole” e “innocente” diventano significanti vuoti, interscambiabili.
E che il gatto sia vivo o morto la giustizia non se la passa bene.

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