24 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 24 Giugno 2021 alle 18:55:18

Cronaca

Delitto di via Poma, il giallo e la guerra di Pietro

Non era riuscito a sfuggire alla macchina del sospetto P


Sette anni fa si uccideva Vanacore, il portiere di via Poma che non è riuscito a sfuggire alla macchina del sospetto che reclama misteri mediatico-giudiziari senza fine.

Marzo è il più crudele dei mesi. Soprattutto al sud, dove l’inverno lascia il posto in anticipo al rifiorire della vita, stringendo alla gola chi da tanta rinascita si sente tagliato fuori. Chissà se un pensiero del genere ha attraversato la mente di Pietro Vanacore nell’ultimo giorno del suo ultimo marzo su questa terra. Era il dieci di questo mese, sette anni fa. Pietrino si è alzato alle sette assieme alla moglie Pina, è uscito a fare la spesa al solito chiosco del suo paese, Monacizzo. Una mattina uguale a mille altre. Alle otto e trenta un caffè in piazza, tra saluti e convenevoli con gli avventori abituali.

Lui sempre lo stesso, forse più taciturno del solito. Ma non troppo, date le circostanze. Rientrato dalla commissione è riuscito alle nove e quaranta per un altro rituale della sua giornata, la passeggiata, quel susseguirsi di percorsi senza meta a riempire ore poco azzurre ma interminabili. Forse ha fatto tappa al piccolo orto che aveva piantato non lontano da casa, ha tirato via qualche erbaccia di troppo spuntata con la complicità marzolina. Quindi si è messo in macchina, la sua vecchia Citroen Ax, destinazione la marina di Torre Ovo. Un bel posto dove guardare le onde, pensare al tempo che è passato e al futuro che ti aspetta. Un inferno di aria salmastra e solitudine per lui: l’unica cosa che riesce a vedere nel domani è l’ennesimo interrogatorio davanti ai giudici.

Sulla morte che ha cambiato per sempre la sua esistenza e quella di tanti altri non ha da offrire nuove verità. E così suo figlio, chiamato a presentarsi dalla Corte di Assise che sta processando Raniero Busco, fidanzato di Simonetta all’epoca del delitto. Per sfuggire al circo senza fine del “Giallo di via Poma” non gli è bastato tornare alle origini, cercare conforto tra persone con cui non ha condiviso la vergogna e il sospetto. L’ombra lo ha seguito, ma ora è vecchio, teme che il testimone passi al sangue del suo sangue. Non c’è giallo di via Poma senza un Vanacore coinvolto.

Davanti al suo mare Pietro ha preso un caffè, si è concesso una zeppola e un morso di pane, acquistati alle undici in un panificio del posto. Fuori un tranquillo pensionato alle prese con una colazione tardiva; dentro un uomo distrutto che ha pianto ogni lacrima, arreso all’invincibile macchina del fango che ha preso possesso dei suoi giorni. Non è uscito solo per fare una passeggiata. Nel garage dove tante volte Pina lo ha lasciato “trafficare” con le sue cose, ha preparato ogni particolare. Ha messo insieme una corda, assemblando tanti pezzi diversi perché fosse della lunghezza giusta. Trenta metri, abbastanza per poterla legare a un albero fronte mare, assicurando l’altro capo a un piede, e riuscire a immergersi.

Chi conosce le acque di Torre Ovo sa che bisogna allontanarsi parecchio dalla riva per arrivare davvero a largo. Pietro si è fatto bastare quaranta centimetri di acqua. A testa in giù ha lasciato l’aria scivolare via e i polmoni riempirsi di mare. L’unica premura è stata per Pina e i suoi, ha voluto che avessero un corpo da piangere e non il fantasma di un uomo risucchiato dalle onde chissà dove. Chi ha vissuto vent’anni con gli spettri, sa bene quanto possano fare male. Pietro ha voluto essere trovato e ha scelto un posto a portata di sguardo. Passano tante macchine lungo la marina di Maruggio, persino nel mezzo dell’inverno che è arrivato agli sgoccioli.

Qualcuno vedrà – si sarà detto – e infatti qualcuno lo ha visto. Lo hanno riconosciuto e subito la notizia si è sparsa in tutto il paese, finché è arrivata alle tv e ai giornali. Dove a essere morto non è stato Pietro ma “il portiere di via Poma”, “l’ultimo depositario” dei segreti del giallo di ogni estate dall’agosto del 1990. Eppure Pietro ha fatto di tutto per fugare gli equivoci. Ha lasciato due biglietti, uno incastrato sotto il tergicristallo della Citroen, l’altro dentro l’abitacolo. Missive con il medesimo messaggio, perché non sfuggisse a nessuno: «Venti anni di sofferenze e di sospetti ti portano al suicidio». Chiaro e semplice, diretto alla giustizia che lo ha arrestato per omicidio nel ’90, prosciolto nel ’93, scagionato definitivamente nel ’95 ma senza mai davvero restituirgli l’innocenza.

La seconda indagine su Vanacore è stata archiviata solo da un anno, non senza un ultimo raid per perquisire la sua casa di Monacizzo nel 2008, alla ricerca di chissà quali prove trafugate e nascoste. Poche parole per un j’accuse contro un sistema mediadicogiudiziario che lo ha triturato e sputato via, solo per venirlo a riprendere ancora e ancora. Nessuno spazio alle interpretazioni, alla dietrologia, ai complotti. Ma quando Pietro le ha vergate ignorava di non essere più padrone della vita che andava a spegnere. Un giallo, in Italia, è per sempre. Così intorno al suo corpo si è scatenata una nuova ondata di narrazioni pseudoinvestigative, si è parlato di omicidio mascherato, di avvelenamento tramite anticriptogamici, di istigazione al suicidio.

Vanacore da accusatore è diventato di nuovo sospettato sulla base di un adagio infido e vago, come il sospetto: si è ucciso perché aveva qualcosa da nascondere o l’hanno ucciso per lo stesso motivo. Non è bastata l’autopsia, che ha escluso qualsiasi mistero. A ogni anniversario del delitto, con l’ennesimo marzo crudele si torna a parlare della coda tarantina di via Poma e del “giallo nel giallo” del suicidio di Pietro Vanacore. Non si esce vivi dal tribunale del gossip di nera. Nemmeno da morti. In questo senso Pietro Vanacore non si è tolto la vita, gli è stata tolta molto tempo prima di quella maledetta mattina di marzo. Ricordiamolo la prossima estate, quando saremo sotto l’ombrellone, magari proprio a Torre Ovo, a sfogliare i tabloid che non vogliono mollare il più chiacchierato cold case della nazione e vagheggiano l’ennesima riapertura dell’inchiesta. Dietro ogni giallo ci sono vite spezzate e spesso non sono solo quelle delle vittime.

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