02 Agosto 2021 - Ultimo aggiornamento il: 01 Agosto 2021 alle 22:53:00

Cronaca

Taranto non è una città per giovani

La grande fuga degli Under 30: è la terza città d’Italia per abbandono da parte di chi cerca un futuro


Tremilaseicentoquarantatre.
3.643 vite, 3.643 storie, 3.643
pezzi di futuro che decidono – o sono
obbligati a farlo – di abbandonare la
città dove sono nati, per cercare quel
futuro che qui non potrebbero trovare.
Sono amari, amarissimi i dati forniti
dalla Cgil, che ha rielaborato quelli
Istat, pubblicati dal Corriere del
Mezzogiorno.

Taranto ha ‘perso’ 3.643 giovani (fascia
d’età considerata: 18-30 anni)
dal 2008 ad oggi, ed è la terza città
d’Italia, per valore assoluto, in questa
poco edificante classifica. I pugliesi
fuggiti altrove, in gran maggioranza
al nord, sono ventimila. Come riporta
il dorso locale del Corriere della Sera,
“la classifica è guidata da Molfetta
con il 14,3% di giovani che emigra
seguita da Modugno (13,3%), San Severo
(12,6%), Martina Franca (11,3%)
e Taranto (11,2%).

Sono dodici invece
i comuni inseriti nella graduatoria
per valori assoluti. Con Taranto terza
in Italia che ha visto emigrare 3.643
giovani, Bari sesta con 2.971 e Foggia
nona con 2.599”.
Il segreterio generale della Cgil Puglia,
Giuseppe Gesmundo, commentando
i dati ha evidenziato come i
numeri siano «spaventosi». «L’emigrazione
giovanile rischia di portare
a una desertificazione sociale che
condannerebbe definitivamente questa
regione, e la riflessione vale per
l’intero Mezzogiorno. Se non si agisce
in fretta, con investimenti pubblici, se
non si torna indietro da una strada che
attacca il lavoro e i diritti, se non si
moltiplicano le iniziative di sostegno
all’occupazione giovanile, gli effetti
dell’estrema precarizzazione saranno
questi».

Per il leader pugliese della
Cgil, dietro l’emigrazione giovanile
ci sono «università di altre regioni
che magari per investimenti, servizi
e possibilità di lavoro offrono più
garanzie», sino ad arrivare alla madre
di tutte le questioni: il lavoro che non
c’è, o che quando si trova «non permette
di costruire progetti di vita. E
quasi sempre presenta zone di grigio,
con sottosalario e mancato rispetto
di orari e diritti, se non proprio in nero. Dati che dovrebbero allarmare
il governo nazionale, i nostri rappresentanti
istituzionali, le controparti
sociali. Perché insistere sull’attacco
ai diritti, pensare che rendere più
deboli i lavoratori avrebbe spinto le
imprese a investimenti, ad assumere,
sono ricette che si sono rivelate fallimentari.
Potrà aumentare di un punto
percentuale l’occupazione, ma mentre
perdiamo lavoro stabile guadagniamo
stagionali, interinali, precari. E non
sarà questo a frenare l’emigrazione
giovanile, anzi la incentiva».

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