25 Gennaio 2022 - Ultimo aggiornamento il: 25 Gennaio 2022 alle 20:54:00

Cronaca

L’Ilva e il dialogo che non c’è

Riflessioni su "3x8 cambioturno" il docufilm di Angelo Mellone


Mi ha davvero impressionato, sfavorevolmente, il (chiassoso) silenzio calato, dopo qualche schermaglia contro o a favore del documentario, o meglio docu-film come in realtà va definito “3×8 Cambio turno”, il lavoro di Angelo Mellone (giornalista e dirigente Rai, giovane talento tarantino, da anni a Roma).

Tutto si può dire di questo lavoro fuor che non sia una grossa carta per la città di Taranto. Una corposa produzione di Rai uno, una diffusione nazionale con attenzione da tutt’Italia (e anche da fuori) non è cosa da poco. Ed il filmato, condivisibile o no, è ben fatto e si fa “leggere” volentieri. Un documentario è comunque un’opera d’arte, almeno ambisce ad esserlo, e va guardato come manufatto se – o se non – raggiunge lo scopo di documento, di affidabilità e di ascoltabilità: queste cose a me paiono del tutto raggiunte.
Questa monografia sull’Ilva, anzi, meglio sull’Acciaieria tarantina, di Mellone (con Pietro Raschillà e regia di Gian Marco Mori) dura un’ora. Racconta, attraverso operai ed impiegati dell’Ilva (cioè dell’acciaieria privata di oggi, perché all’inizio era “Italsider”- irizzata, ergo di fatto statale), gioie e dolori di chi opera nella fabbrica di acciaio “a caldo” più grande d’Europa, negli ultimi anni in vistoso calo di produzione per interventi della magistratura. Ma anche della cittadinanza, ormai cosciente di essere l’agnello sacrificale dell’Acciaieria “strategica” per l’Italia. Va detto che l’esplicitazione del suo valore strategico per l’intero Stato italiano è piuttosto recente. Nei decenni passati non si sentiva né dichiarato né esaltato.Dal 1965 – inaugurazione – poco più di cinquant’anni – porta nel mondo un acciaio di prima qualità ma porta anche centinaia di morti di suoi lavoratori. Se poi contiamo anche i tarantini, la gente comune “fuori” della fabbrica, cioè gli abitanti, si passa a numeri altissimi. Né si possono dimenticare le migliaia di ammalati, spesso giovani o giovanissimi, di vari tumori: guariti, sì, ma con la vita sconvolta. La musica continua fortissima anche in questi anni, e canta di morti bianche (e di feriti ancor più bianchi) con indici di gravità superiore di molto alla media nazionale di patologie legate all’inquinamento industriale. Solo nella fabbrica, citato dal filmato, 286 morti in 11 anni. Terribile! Ma probabilmente il numero era maggiore.
Era il prezzo del progresso da pagare, diceva per anni la vulgata di un mondo talmente asservito, disponibile e corrivo al Dio Italsider. Contro c’era solo la piccola gloriosa Voce del Popolo – tarantina – “Si sacrifica il Mare di Taranto al Moloch della grossa industria” (23 marzo 1971). Ma riuscirono a farla fallire nel 1976, quasi centenaria; e alcuni giovani “ecologisti”.
Il filmato ha per filo conduttore le interviste ad alcuni operai (e impiegati) che parlano del proprio lavoro. Dicono verità semplici ma toccanti, raccontano delle loro fatiche con la passione di chi ama dare buoni risultati con il proprio dovere. E non è questo che bisogna sperare da ogni persona, del suo lavoro, qualsiasi esso sia? Le interviste sono contrappuntate da interventi di giornalisti, di esperti (antichi dirigenti dell’acciaieria), del parroco del tragico rione Tamburi (Don Nicola), di uno scrittore tarantino, ormai brianzolo, che nei suoi romanzi ha scritto della Taranto industriale (Cosimo Argentina). E d’un attore speciale, papa Wojtila (Giovanni Paolo II), che nel 1989 parlò nell’Acciaieria in difesa del lavoro, con quel suo bellissimo “ipòteca” sul lavoro improvvisamente aggredito dal “dimensionamento”. Che poi avvenne, con crescente alienazione della forza lavoro e con migliaia di licenziamenti; e la città piombò nel buio della “Vertenza Taranto”.
Nella carrellata (vorremmo parlar di tutti ma non è possibile) si giunge all’intervento di Domenico Palmiotti (giornalista, Gazzetta del Mezzogiorno) che precisa i termini della questione e le date essenziali della faccenda: interventi della magistratura, commissariamenti, chiusura di alcuni impianti, produzione ridotta. Palmiotti: classe 1958, cita a corredo il filmato. E questo, di sottolineare ogni volta l’età di chi parla, è un aspetto essenziale per la cognizione dei fatti e la migliore valutazione degli interventi.
Enzo Ferrari (classe 1964, giornalista, Taranto Buona sera), ricorda che il reddito pro capita nel 1971 era addirittura superiore alla media nazionale, che Taranto era in quegli anni “una città sorridente”, che l’Italsider curava i propri dipendenti secondo il modello sociale di quegli anni (il circolo Vaccarella e non solo). La mente va ad Olivetti: ma quello era per la verità il mondo di Sinisgalli e della sua “Civiltà delle macchine”. Altra cosa. Tuttavia Cosimo Argentina (classe 1963, scrittore), figlio di un “italsiderino”, narra del fatalismo proprio del Sud di considerare che se era doveroso guadagnarsi il pane, poi, se qualcuno ci rimetteva le penne … era il fato. La “fabbrica” mandava loro ragazzini a vedere film e rappresentazioni al teatro Verdi, dava loro la befana ed altri vantaggi alle famiglie. Anni dopo, ma siamo già nell’Ilva – 1995 – quando ormai i danni ecologici ed alla salute parlavano chiaro e la coscienza “ambientalista” era diffusa, il legame sociale/umano con la fabbrica era andato in frantumi.
Ma è l’iniziale intervento di Ferrari che vorrei utilizzare, perché è centrale: “gli operai sono i primi ad essere esposti. Quando si criminalizzano gli operai si compie un grave atto di offesa a persone che lavorano per la propria famiglia”. E non possono (io aggiungo: non devono) essere considerati complici degli inquinatori. Sì, il punto è questo.
È da qui che parte il mio interrogativo sulla nostra benedetta indole di mettere da parte le cose che dovremmo invece utilizzare appieno. Da questo documentario nazionale, che è stato un dialogo “sulla” città (dell’Ilva), la città a tutti i livelli, specie quella che ha maggiori responsabilità (istituzionali, politiche, dirigenziali, operative ecc.) dovrebbe darsi da fare per lanciare un dialogo “nella” città.
Invece qui il dibattito si chiude su se stesso, torna localistico, va per piccoli protagonismi, e questo regala spazi di manovra ai soliti manovratori. Ma la città ha il dovere, oggi (sì, oggi), di vedere se quanto avviene è davvero un tentativo di rilancio; di sorvegliare se si va in una direzione sincera o se è tutta una pantomima per gestire con accortezza ed astuzia la terza dismissione, gestire una più o meno lenta agonia.
Se fosse davvero questa la verità, il dovere di difendere proprio i lavoratori dell’Acciaieria è il dovere di tutti. Allora l’unica strada che si deve intraprendere è portare nel dibattito la coscienza nazionale. Quella che non si è mossa quando il “raddoppio”, nel filmato giustamente le virgolette ci sono, che era del tutto abusivo (come fu confermato dalla magistratura) ma foraggiato da migliaia di miliardi dello Stato. Moltiplicò la fabbrica originaria per l’enorme commessa di tubi che servivano alla Russia (leggi compromesso storico).
Lo dobbiamo “ai lavoratori che hanno perso la vita per produrre acciaio italiano”, dice in chiusura il filmato. Tra loro c’era anche il padre di Angelo Mellone. Io credo però sia giusto aggiungere “per i tanti (giovani e non giovani) tarantini che si sono gravemente ammalati o sono morti per l’inquinamento da produzione di acciaio italiano. Lì, siamo tutti uguali.

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