31 Luglio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 31 Luglio 2021 alle 12:58:00

Cronaca

Wind days e mezzo secolo di omissioni

I dati su inquinamento e tumori erano noti già negli anni ‘80. Gli strani silenzi delle autorità, i primi decreti e una città colpevolmente distratta


«L’Italsider, creando a Taranto questo potente
strumento di produzione e di sviluppo economico e
sociale, ha avuto come principale preoccupazione quella
di far sì che la nuova iniziativa si integrasse nel modo migliore
con l’ambiente, senza creare in esso delle fratture».

Lette oggi queste righe sembrano surreali. Sono stampate
in un opuscolo divulgativo edito dalla stessa Italsider nel
1964. Si tratta di una descrizione sommaria del grande
stabilimento che in quegli anni traduceva in certezza la
speranza di migliaia di tarantini e meridionali di trovare
lavoro a casa propria o giù di lì. Le valigie partite per
Milano, Torino, per la Germania, la Francia o il Belgio,
potevano finalmente essere stipate nel treno di ritorno.

E in quel commovente orizzonte di sviluppo che si
profilava per una terra avara di lavoro, le attenzioni per
l’ambiente sembravano in cima al progetto di costruzione
della più grande acciaieria d’Europa.
«Particolarmente studiata – si legge ancora – è stata
l’ubicazione dello stabilimento, posto ad oltre cinque
chilometri dal centro cittadino (…). La distanza tra la
città e lo stabilimento è sufficiente ad evitare che il centro
urbano sia interessato ai fumi industriali.

Il problema
dei fumi, infatti, è stato oggetto di attenti studi anche
a Taranto, tenendo conto, in primo luogo, dei venti che
maggiormente spirano nella zona e, in secondo luogo,
prevedendo l’adozione di speciali filtri che possono
ridurre sensibilmente il volume dei fumi ed eliminarne
gli eventuali inconvenienti».
La fabbrica-mamma che si prendeva cura dei propri
dipendenti pensava anche a dare loro una casa. Il programma:
2.500 alloggi (il primo nucleo di quello che
sarà il quartiere Paolo VI), da costruire a nord del Mar
Piccolo, dove i piani urbanistici prevedevano che la città
avrebbe dovuto svilupparsi fino ad ospitare, in quell’area,
circa 100mila abitanti.

E anche in quel caso, la scelta
ricadde in quell’area «per la sua salubrità, per la sua
centralità e per la sua lontananza dai fumi industriali».
Ancora l’ambiente e la salute, dunque. Speculazioni
immobiliari che condizionarono la collocazione della
fabbrica, scelte urbanistiche sbagliate, l’infelice raddoppio
del siderurgico hanno invece condotto Taranto, 53 anni dopo, al più tragico e mediaticamente famigerato wind
day della storia. Quello del 23 ottobre 2017.

Le sirene inascoltate

Eppure tempi e modi per evitare di arrivare così pericolosamente
sul ciglio del burrone c’erano tutti.
Lungi dall’essere lontani dalla città, i fumi sono entrati
subdolamente nei polmoni dei tarantini. Dagli studi coordinati
dall’Organizzazione Mondiale della Sanità tra
il 1980 e il 1987 era già evidente che a Taranto si moriva
di tumore da inquinamento. Nuovo studio tra il 1990 e
il 1994: mortalità in aumento, in particolare per i tumori
polmonari. Il quadro era chiarissimo già allora. L’Oms lo
aveva messo nero su bianco. La città, forse, era distratta.
L’allarme rosso era scattato anche ai più alti livelli istituzionali.
Il 30 novembre del 1990, infatti, il Consiglio
dei Ministri dichiara Taranto “area ad elevato rischio
ambientale”.

Un decreto che anticipava di un quarto di
secolo la raffi ca di decreti “salva Ilva” o “salva Taranto”
degli ultimi anni.
I giornali scrivevano, la città forse
leggeva poco già allora. E sui
giornali di quegli anni si leggono
i numeri della impressionante
escalation: dai 284 decessi per
tumore del 1971 si era passati
ai 454 del 1990 (dati dell’allora
unità sanitaria locale). I medici
diagnosticavano ma non si indignavano,
gli ambientalisti si contavano
sulle dita di una mano. I
più coraggiosi denunciavano gli
scarichi dell’industria e talvolta
finivano anche sotto processo. Specie quando venivano a galla
gli intrecci d’affari tra un dirigente dell’organismo di
controllo della Asl – ben imparentato con i piani alti
della Procura della Repubblica – e la stessa azienda siderurgica.
Il controllore che aveva rapporti di lavoro con il
controllato. Parliamo degli anni della siderurgia di Stato.
Riva non era ancora in calendario. E non era servita a
correggere il tiro neppure la sentenza con la quale nel
1982 l’allora pretore Franco Sebastio aveva condannato i
vertici dell’Italsider per lo spolverio sui Tamburi.

Le relazioni insabbiate

La politica lancia il suo urlo contro la grande industria
nel 1995, sindaco Cito. Riva è appena sbarcato a Taranto.
All’apice della sua popolarità, Cito istituisce una
commissione di indagine sulle fonti inquinanti di origine
industriale. A capo della commissione viene nominato
l’assessore all’ecologia Vittorio Ugo Carone.

Carone,
chimico di professione, compie una serie di ispezioni allo
stabilimento siderurgico. Da quelle ispezioni scaturisce
una relazione di trentotto pagine. Non sono le enciclopediche
perizie Forastiere -Biggeri-Triassi o lo studio
Sentieri (tutti approfonditi aggiornamenti degli studi degli
anni precedenti), ma sono suffi cienti per avere un quadro
abbastanza preciso sulla pericolosità di scarichi in mare,
emissioni in atmosfera, discariche per rifiuti tossici e nocivi,
amianto, apirolio, rischi di incidente rilevante. Carone
scrive tutto e aggiunge una postilla insidiosa: «i controlli
analitici eseguiti dai laboratori istituzionali non segnalano
fatti anomali di origine industriale». Di più: il presidio
multizonale di prevenzione definisce «soddisfacente» sia
le situazioni relative ai refl ui dello stabilimento che agli
impianti di depurazione acqua/aria.
La relazione di Carone finisce chiusa nei cassetti degli
uffici comunali. Non se ne saprà più nulla. L’assessore
si mette al sicuro e ne spedisce una copia alla Procura
della Repubblica. 1995: ventidue anni prima di “Ambiente
svenduto”.

Di decreto in decreto

Di emissioni in emissioni e di distrazioni in distrazioni,
sarà ancora una volta lo Stato a cercare di mettere una
pezza: il 23 aprile 1998 il presidente della Repubblica
Oscar Luigi Scalfaro firma il
“Piano di disinquinamento per
il risanamento del territorio della
provincia di Taranto”. Soldi e
programmi. Disinquinamento,
risanamento: roba da Federica
Sciarelli.

Gli ultimi sussulti

Nel 2001 è Rossana Di Bello a
riaccendere gli entusiasmi con
l’ordinanza di chiusura delle
cokerie. Applausi da destra, da
sinistra e dagli ambientalisti,
nel frattempo più numerosi.
Finisce tutto con l’atto di intesa
tra Comune e Regione di Raffaele Fitto: foresta urbana
ai Tamburi, nuove case per gli abitanti di via Troilo e
via Deledda, demolizione delle case parcheggio e bla,
bla, bla… Soldi e programmi. Riciclati anche da Ippazio
Stefàno. Proprio all’era Stefàno-Vendola appartengono
le ultime memorabili istantanee: il taglio del nastro con
la ministra Prestigiacomo del miracoloso impianto urea;
la stretta di mano con Girolamo Archinà intorno allo
sgorgare d’acqua delle fontanelle al San Brunone.
Riepilogando: la questione ambientale non nasce nel 2012
con il processo che ha entusiasmato gli ultras dell’antiindustralismo
e ambientalisti dell’ultimora. I dati sulle
malattie di origine industriale erano noti già dagli anni
‘80. Una città più attenta e più consapevole avrebbe saputo
reagire per tempo e, forse, sarebbe riuscita ad evitare il
disastro. Il dubbio è che, in un inconscio rito di esorcismo,
le urla di piazza, il giustizialismo feroce, la caccia all’untore,
la ricerca di capri espiatori a cui far pagare colpe
di mezzo secolo, siano viziate dall’ansia di assoluzione
collettiva per una città che non ha saputo governare se
stessa, pagandone oggi il prezzo.

EnzoFerrari
Direttore Responsabile

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