Cronaca

Ilva, i parchi e il cappello per i wind days

A Il ministro Calenda ha imposto che i lavori per coprire le montagne di minerale vengano ultimati entro il 2020


Doveva essere un monumento dell’architettura
contemporanea. Roba da archistar, insomma. Sarà
invece un gigantesco hangar che coprirà, finalmente, gli
enormi parchi a ridosso del rione Tamburi.

Parchi di minerale,
ovviamente. Polvere che al vento invade balconi
e polmoni.
2020: l’anno del giudizio. È il paletto fissato dal ministro
Calenda perché quelle montagne nerastre vengano messe
nelle condizioni di non nuocere.
Si era tentato, erano gli anni ‘70, di arginare la loro insidiosa
invadenza erigendo le barriere ecologiche: collinette
artifi ciali ed eucalipti per arrestare l’impatto delle polveri
sulle case e sugli abitanti dei Tamburi. Un palliativo.

Ne
seguirono altri di questi tentativi. Anche nell’era Riva,
con la ciclopica barriera che avvolge il perimetro dello
stabilimento. Forse solo un escamotage della proprietà
per evitare il più costoso intervento della copertura e dare
comunque l’idea che la famiglia Riva non stesse con le
mani in mano.
Nulla da fare, non è servito neppure quello. Nei giorni in
cui la tramontana ruggisce, ai Tamburi si tossisce. Sono
i wind days: quei giorni in cui bisogna tenere chiuse le
fi nestre e, per ordine del sindaco Melucci, ora anche le
scuole. Il ministro Calenda si è impuntato: 36 mesi per
chiudere i parchi entro il 2020. Costo: 300 milioni di euro.
A carico di AmInvestCo dicono i commissari Gnudi,
Laghi e Carrubba.

I tre commissari che da quasi tre anni
guidano l’Ilva, a dire il vero, avevano ipotizzato un altro
cronoprogramma: rimozione dei cumuli entro il 2018 e
copertura da ultimare entro 36 mesi. Il che farebbe anno
2021. Calenda ci ha messo del suo e ha imposto il taglio
di un anno. Forse ci vorrà qualcosa in più: sia di soldi
che di tempo. Il tempo soprattutto: diffi cile che prima di
marzo 2018 la cordata Arcelor Mittal-Marcegaglia-Banca
Intesa possa mettere mano realmente allo stabilimento.
Diffi cile perché solo allora arriverà il giudizio dell’Antitrust
europeo sul passaggio di Ilva ad AmInvestCo. E solo
dopo l’eventuale via libera sarà defi nita la cessione in fi tto
della più grande azienda siderurgica italiana al colosso
mondiale dell’acciaio.

Architetture
Bruno Ferrante ci aveva visto giusto: la copertura dei parchi avrebbe dovuto segnare un cambio di visione.
Avrebbe dovuto rappresentare il tentativo di offrire
alla città una percezione radicalmente diversa della
fabbrica. La suggestione era quella di chiamare all’impresa
le grandi fi rme dell’architettura: Renzo Piano o
Santiago Calatrava. Un approccio più concreto si ebbe
con l’architetto Alessandro Zoppini di Milano e con i
londinesi dello studio Wilkinsoneyre. L’idea: trasformare
la copertura dei parchi in un grande parco urbano,
un “ponte” ecosostenibile tra Tamburi e stabilimento.
Quasi fantascienza. E infatti quella rimase solo una
suggestione.

Il colosso di Taranto

Dalle suggestioni alla più prosaica realtà: i progetti
elaborati dalle società Paul Wurth, Cimolai, Semat e
Anmar. Molto più… spartani ma, si spera, ugualmente
effi caci.

Siamo nell’era dell’austero Enrico Bondi, il
commissario che voleva il preridotto ma che si lasciò
scappare la storiella dei tumori in eccesso perché ai
Tamburi si fumavano troppe
sigarette e si beveva qualche
cicchetto di troppo.
Camel e Chivas a parte, è così
che si giunge ad assegnare alla
Cimolai di Pordenone l’appalto
per la copertura dei parchi.
Un progetto titanico nelle sue
dimensioni: l’hangar sarà alto
80 metri e si svilupperà per
una lunghezza di 700 metri e
una larghezza di 260. L’altezza
interna è di 70 metri, suffi cienti
per consentire alle macchine,
alte circa 40 metri, di svolgere
le operazioni di prelievo dei
minerali. Quando venne annunciata
l’assegnazione dell’appalto alla Cimolai, fu
detto che l’azienda aveva scritto nella relazione che
ci sarebbero voluti 20 mesi per costruire la copertura.
Sedici mesi in meno rispetto a quanto annunciato nei
giorni scorsi dai commissari.

Chissà che il ministro
Calenda non si sia ricordato proprio di quei “20 mesi”
per imporre il taglio di un anno della durata dei lavori.
La copertura sarà in ogni caso un colosso. Non quello
di Falanto sognato dai neospartani, ma un impressionante
ciclope per costruire il quale saranno utilizzate
33mila tonnellate di acciaio. Niente suggestioni, non
sarà un belvedere: il prezzo da pagare per non respirare
polvere di minerale.

Falde e nostrani

I mugugni ambientalisti non hanno mancato di farsi
sentire: se prima la copertura dei parchi sembrava una
priorità, adesso nella scala dei valori ha fatto un balzo
in avanti la messa in sicurezza della falda. Cioè ciò
che c’è sotto. E a metterci il carico pesante ci hanno
pensato anche le imminenti elezioni politiche.

Così
l’agognata copertura dei parchi, nella vulgata green
sembra essere ridotta improvvisamente solo ad una mera trovata da campagna elettorale. Un declassamento
del più grande e più atteso intervento della cosiddetta
ambientalizzazione.
L’eco di qualche preoccupazione, ma di altra natura,
è tuttavia arrivata anche da parte sindacale: va bene
la Cimolai di Pordenone, ma un po’ di lavoro deve
arrivare anche per i tarantini. C’è tempo per trattare.
Al tavolo del Ministero dello Sviluppo Economico non
mancheranno spazi per affrontare anche questi aspetti.

Restano da verifi care i tempi e l’attendibilità di tutto
ciò. Sono già trascorsi ormai quasi cinque anni da
quando, nel 2013, sembrava che si fosse ad una svolta
per la copertura dei parchi. Annunci, decreti, progetti,
suggestioni, si sono susseguiti a ritmo vertiginoso. Fino
ad oggi però la posa della prima pietra non c’è ancora
stata. Eppure questa è la prova del fuoco per misurare
la credibilità del piano di risanamento ambientale della
fabbrica e della città. Su questo cappello che dovrebbe
ripararci nei wind days si gioca la partita di chi vuole
rilanciare la più grande acciaieria
d’Europa. Caso contrario
avranno argomenti quanti ne
invocano la chiusura.

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

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