01 Agosto 2021 - Ultimo aggiornamento il: 01 Agosto 2021 alle 18:52:00

Cronaca

Vite buttate nel buco nero di una slot

Si comincia con leggerezza poi si finisce in un vortice, finché non arriva qualcuno che prova a tirarti fuori


La prima riunione di gruppo dei Giocatori Anonimi
(G.A.) risale al gennaio del 1957.

Siamo a Los Angeles, in California, da quel momento
l’associazione comincia a crescere, ignorando i confi ni geografi ci. Oggi è
presente ovunque, nel mondo. Abbiamo presenziato ad una riunione congiunta di
G.A. e Gam-anon (parenti dei giocatori compulsivi), a Taranto, ricevendo l’impressione
di aver fatto parte, in quel momento e “per sempre”, di una grande “famiglia”.

Come
tante, più di tante. Succede che in una stanza ampia e di forma rettangolare “sfi
lino” volti e parole. La franchezza vien fuori quasi da sola, ne chiama altra e
l’accoglienza è qualcosa che si respira, come la discrezione. Le parole dette hanno
un suono cristallino. “Pesanti” di autoconsapevolezza e desiderio di libertà,
esse riescono a restare dritte, nonostante le proporzioni dei guai che lasciano
vedere dietro chi le pronuncia. Acquistano, nell’ascolto, una strana leggerezza
che sembra posarsi su ciascuno degli altri visi. Come una “carezza in un pugno”.

Nel momento in cui uno cerca di darsi una mano, raccontandosi, tende quella medesima
mano a tutti gli altri, dice qualcuno di loro. C’è un immenso coraggio in chi
parla, l’unica difesa la dignità, nessuno giudica o è giudicato e la vita è
qualcosa da prendere 24 ore alla volta. Piccoli passi verso una grande meta. Le
due ore volano e sulla pelle restano la sofferenza, come l’impegno, gli
obiettivi raggiunti tradotti in mesi, anni di astinenza dal gioco, vite
cambiate e piaceri riscoperti. Gli affetti ritrovati, nella consapevolezza che
bisogna sempre vigilare su se stessi.

LA REGOLA
Il G.A. jonico nasce 12
anni fa, prima esperienza del genere in Puglia; parallelamente, si costituisce
il gruppo dei parenti e degli amici dei giocatori compulsivi (Gam-anon). Nel
tempo le due realtà, che restano distinte e separate, salvo rare eccezioni, hanno
tracciato un percorso guida per molte persone. Donne e uomini che si incontrano
regolarmente, per condividere esperienze e sofferenze generate dall’ossessione
per il gioco. L’anonimato è una regola infl essibile. Partecipare signifi ca
voler smettere di giocare, ammettendo i propri torti, lavorando sul carattere e
favorendo un cambiamento della propria interiorità. Non si paga nulla per avere
accesso agli incontri, i gruppi si autosostengono e non sono affiliati ad alcuna
setta, confessione religiosa, idea politica, organizzazione o istituzione. In
una stanza non lontana da quella dei G.A., a confrontarsi sono i loro familiari
e amici.

Dodici i passi del programma di recupero, per chi frequenta le
riunioni dei giocatori anonimi, e altrettanti quelli necessari per l’integrità
del gruppo. Il G.A. tarantino, dove gli uomini sono la maggioranza, lascia fi
ltrare, attraverso la sua eterogeneità (diverse le età, le condizioni di
lavoro, etc.) un’armonia benefi ca per tutti. Nelle due stanze (G.A. e
Gam-anon) arrivano persone da tutta la provincia, i chilometri non spaventano.

In
Puglia, in seguito all’esperienza del capoluogo jonico, sono nate altre associazioni:
a Bari, Triggiano, Modugno e Brindisi. La più recente, quella di Matera. In più
di 10 anni di incontri, decine di persone si sono “liberate” della malattia.
Come i G.A. sottolineano, la guarigione non è mai defi nitiva, le ricadute non
mancano, ma insieme ci si rialza e l’uno diventa il custode dell’altro.

UN
EURO PER COMINCIARE
Abbiamo parlato con Giorgio, 59 anni, marito e padre,
partecipa alle riunioni dei G.A.

Com’è cominciata la tua storia di giocatore
compulsivo?
Avevo necessità di evadere dai problemi quotidiani, niente di
grave in realtà. Problemi banali, come ne ha chiunque. Un giorno passavo
davanti ad una sala scommesse e ci sono entrato, per curiosità. Ho cominciato
con delle scommesse innocue, in passato avevo giocato solo al Totocalcio. Dopo
un pò che frequentavo quelle sale, sono stato attratto dalle luci delle slot.
Le luci in quei luoghi sono la prima cosa che ti cattura. Ho cominciato con un
euro, per poi giocare cifre sempre più alte.

Quali sensazioni ti dava
giocare? Hai avuto la possibilità di fare amicizia con qualcuno, nel periodo in
cui frequentavi le sale gioco?
Pensavo solo a “passare il tempo”. Non mi
interessava perdere o vincere. Certo vincere mi faceva piacere, ma il giocatore
compulsivo non ci guadagna mai. Ciononostante continuavo a giocare, le slot
erano la mia ossessione. Mi illudevo di poter smettere in qualunque momento.
Non ho mai legato con nessuno: lì dentro sei solo, davanti a quelle
macchinette. Solo tu e le slot.

Non ti pesava quel tipo di vita? Con il
lavoro come facevi?
Ogni tanto sì, ma pensavo anche di tentare la fortuna,
per la famiglia. Avevo due lavori e uno l’ho dovuto abbandonare, per avere
tempo in più da dedicare al gioco.

Quando hai capito che eri stanco di quel
tipo di vita?
Quando giocare non è stato più sostenibile economicamente.

Quanto
tempo è passato prima che chiedessi aiuto?
Quasi 15 anni, nessuno arriva a chiedere
aiuto se non tocca il fondo. Un giorno qualcuno mi ha messo in mano un numero
di telefono, era quello dell’associazione G.A. Mi hanno salvato, anche la
famiglia e il SerD mi hanno aiutato. Frequento i G.A. da 4/5 anni e la mia vita
è decisamente cambiata. Partecipare regolarmente alle riunioni è importante,
come fondamentale è tenersi sempre impegnati. Tra lavoro e altro io non sto mai
fermo. Poi nessuno è uguale ad un altro, noi diciamo che ogni giocatore “ha il
suo tempo”.

Cosa hai trovato nel gruppo?
Tanti specchi, ciascuna di
quelle persone parlava di me, le loro esperienze mi hanno messo di fronte alla
mia. Tutti mi hanno dato una mano. Qui dissotterriamo quello che abbiamo dentro,
ci mettiamo a nudo. La libertà che è nella stanza non la trovo in nessun altro
luogo.

Quali sono, ad oggi, gli obiettivi raggiunti?
La mia astinenza
dal gioco dura da 10 mesi. Occorre però essere attenti, le ricadute sono dietro
l’angolo e il gruppo è fondamentale, in questo senso. Da quando non gioco più,
ho guadagnato serenità e tempo per me e per la mia famiglia, tempo anche
migliore nella qualità. La libertà che sperimento nel gruppo la porto con me,
tutto il giorno, tutti i giorni. Una passione che hai riscoperto? La musica, mi
piace moltissimo la musica jazz.

DRAMMI DI FAMIGLIA
Carla è un membro
del Gam-anon. Le sue parole testimoniano la sofferenza che la patologia del
marito ha portato nella loro famiglia. «C’era qualcosa che non andava in famiglia,
me ne sono accorta subito, ma agire non è stato semplice. Avevo avuto un’educazione
molto rigida, a casa mi avevano insegnato a rispettare l’uomo come
capofamiglia. “Era normale” consegnare il mio stipendio a mio marito ed “era
normale” constatare che i soldi fi nivano. Non gli facevo domande, perché avevo
paura delle sue risposte, una sorta di sudditanza psicologica nei suoi
confronti mi impediva di parlargli apertamente.

Ho impiegato 27 anni per
maturare il desiderio vero di rivolgergli delle domande. Inoltre a casa non
mancava mai nulla, dal punto di vista materiale. Quando ci siamo sposati avevo
22 anni. Ora, che di anni ne ho 52, so che il gioco è sempre stato il vero
padrone di casa. Non si vedeva, ma c’era. La svolta è arrivata quando, un
giorno, sono andata in banca e ho scoperto che mio marito aveva ottenuto una serie
di finanziamenti, negli anni, e ne aveva ancora in piedi diversi. All’epoca
era più facile ottenerli, lui poi aveva un impiego statale.

Quel giorno ho
trovato il coraggio di affrontare mio marito. La forza che non avevo avuto per vent’anni
è arrivata tutta insieme. Gli ho parlato e solo dopo molto tempo ha accettato,
malvolentieri, di frequentare il SerD. Mio marito in realtà fi ngeva con se
stesso e con me, non aveva mai avuto davvero voglia di curarsi. Sono stati gli
stessi medici a suggerirmi di entrare in contatto con i G.A. Lui era sempre
riluttante, sembrava impermeabile a qualsiasi tentativo di recupero, fi nchè un
giorno, sostenuta dai nostri fi gli, gli ho chiesto di scegliere tra noi e il
gioco. Ha cominciato a frequentare l’associazione ed io, in parallelo, la
Gam-anon. Ora mio marito è in recupero, prima non sapeva neanche di avere un
problema. Ha ritrovato la sua famiglia e noi abbiamo riscoperto lui. Una delle
cose che ci piace fare insieme è camminare. Camminiamo tanto e ci godiamo il percorso».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche