30 Luglio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 30 Luglio 2021 alle 04:59:00

Cronaca

E’ andata in onda la Taranto negata

Il docufilm di Angelo Mellone e Pietro Raschillà


TARANTO – “3×8 cambioturno” ha avuto un merito: quello di aver dato voce alla Taranto negata. La Taranto negata in questi anni dalla narrazione che ha seguito il cliché della città-lazzaretto e della equazione Taranto-Ilva-tumori-morti. Il docufilm di Angelo Mellone e Pietro Raschillà ha offerto un punto di vista differente rispetto a quella trama tessuta dagli apocalittici in servizio permanente effettivo, innamorati della poetica del dolore, e sulla quale troppe volte si sono fiondati con morbosa attenzione inviati mordi e fuggi che hanno trattato il caso Taranto con la stessa delicatezza con la quale le cronache sovente si infilano negli anfratti più pruriginosi dei casi più scabrosi di nera.
Il documentario di Rai Uno ha mostrato aspetti del tutto oscurati dalla Taranto-pulp andata in onda dal 2012 ad oggi.
“3×8 cambioturno” ha dato luce alle emozioni, alle sofferenze, alle angosce, a tribolazioni e orgoglio, alla vita di tutti i giorni di chi in quella fabbrica ci lavora. E ha varcato le portinerie, mostrando – dall’interno – aspetti della fabbrica probabilmente del tutto ignoti ai tanti che, in questi anni, di siderurgia e di Ilva hanno discettato con una competenza da bar dello sport.
Il lavoro di Mellone – al quale ha partecipato anche la scrittrice Flavia Piccinni, tarantina anche lei – ha ricordato cosa ha rappresentato e, per molti versi, cosa rappresenta tuttora quella fabbrica per migliaia di famiglie che dall’Ilva traggono sostentamento. Una fabbrica che negli anni d’oro consentì a Taranto di essere città con un valore aggiunto pro capite superiore alla media nazionale; una fabbrica che tra gli anni Sessanta e Settanta fermò il treno dell’emigrazione e ne invertì la rotta, consentendo a migliaia di tarantini espatriati di far ritorno a casa senza necessità di portarsi dietro la valigia di cartone tenuta con lo spago; una fabbrica che, in quegli anni, fece di Taranto l’orizzonte al quale guardavano con fiducia e speranza migliaia di famiglie del Mezzogiorno che qui decisero di costruire il proprio futuro e che fecero questa città più ricca con il loro bagaglio di vissuti e culture differenti. Tutti aspetti completamente cancellati dalle narrazioni più recenti. Aspetti che non possono essere disconosciuti se si vuole ripristinare una qualità del dibattito che vada oltre il chiassoso ma sterile scontro tra tifoserie.
“3×8 cambioturno” ha restituito la dignità negata ai lavoratori, troppo a lungo dileggiati, apostrofati e vilipesi fino al punto da spingerli a doversi vergognare davanti ai propri figli di lavorare nel “mostro d’acciaio”. Perché tali vette di barbarie abbiamo raggiunto in questi anni: umiliare chi lavora onestamente per dare pane alle proprie famiglie.
C’era una preoccupazione: che il docufilm sorvolasse sui tremendi effetti collaterali che la presenza dello stabilimento ha portato nel cuore della città. Preoccupazione fugata dalle puntuali osservazioni dell’ingegner Biagio De Marzo – già presidente del movimento ambientalista Altamarea e uno dei pochi, da ex dirigente del siderurgico, a parlare di siderurgia e inquinamento con cognizione di causa – e dalla testimonianza di padre Nicola Preziuso, parroco di Gesù Divin Lavoratore e cappellano dello stabilimento, che ha raccontato del veder nascere e morire i suoi parrocchiani per ciò che polveri e fumi producono al rione Tamburi. Gli stessi lavoratori intervistati hanno lasciato trasparire il conflitto interiore con il quale convivono come figli di una fabbrica che assicura reddito ma produce anche lutti. Lo hanno fatto, però, con lo sguardo della speranza, con il cuore e la ragione rivolti fiduciosamente al futuro. Un futuro che senz’altro non potrà più riproporre il gigantismo dei decenni passati: quello stabilimento, già oggi ridimensionato nella sua capacità produttiva, non potrà più assicurare l’attuale impatto occupazionale. Da qui bisogna ripartire per immaginare e costruire una città non più dipendente in modo quasi esclusivo da quella grande fabbrica che, in ogni caso, dovrà essere messa nelle condizioni di non essere più percepita come un pericolo mortale per chi ci lavora e per la città che la respira. Ci vorranno anni, fatiche e sofferenze per gestire la transizione. Serviranno ragionevolezza, autorevolezza politica, capacità amministrative, visioni lungimiranti: tutti ingredienti indispensabili per uscire pian piano dal tunnel e disegnare una nuova dimensione per una Taranto che oggi è sprofondata soprattutto in una crisi di identità.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche