Cronaca

Il siderurgico con gli occhi a mandorla

La profezia del ‘93: «Lo stabilimento di Taranto può funzionare ancora per 20 o 30 anni»


«Taranto non sarà
la retroguardia di un esercito che
batte in ritirata (…) e non è vero
che saremo invasi dall’acciaio del
Terzo Mondo o da quello dei Paesi
dell’Est. (…) Non è nemmeno vero
che le acciaierie verranno cacciate
dai paesi avanzati perché le crescenti
esigenze ecologiche non le sopportano.
Semplicemente pagheremo
un prezzo, in Europa, che altrove è
già stato pagato. In Giappone, negli
ultimi dieci anni, la Nippon Steel ha
dedicato il venti per cento dei nuovi
investimenti, cioè qualcosa come
cinquemila miliardi di lire, a porre
rimedio alle questioni ambientali e,
almeno tecnicamente, il problema è
risolto».

Hayao Nakamura profetizzava
questo scenario nel 1993. Era stato
nominato amministratore delegato
dell’Iri e un po’ di anni prima aveva
guidato la spedizione giapponese
chiamata dalle Partecipazioni Statali
a rimettere in sesto proprio lo
stabilimento di Taranto. Sì, perché
negli anni ‘80 Taranto fu invasa dai
giapponesi. Non erano turisti. Ma
tecnici del Sol Levante col marchio
Nippon Steel. Furono chiamati
per eliminare sprechi e restituire
efficienza ad un impianto potenzialmente
mostruoso per la sua capacità
produttiva ma che procedeva
a rilento, troppo a rilento. I tecnici
giapponesi con le loro famiglie invasero
gli alloggi dell’Hotel Delfino
e fu persino creata una scuola per i
loro bambini.

Quella incursione nipponica tra
gli altiforni affacciati sul Golfo è
narrata in un piccolo ma incisivo
volumetto: Il paese del sol calante
(Sperling & Kupfer). Scritto da Nakamura
con Claudio Cristofani proprio
in quel 1993, è un ritratto lucido
e spietato della siderurgia italiana di
Stato, delle sue manie di grandezza,
dei suoi retaggi politico-sindacali e
del più generale approccio al lavoro,
che l’hanno trascinata sull’orlo del
disastro fino alla dolorosa privatizzazione.
Nakamura inquadra subito il problema
dei problemi: il gigantismo
industriale. La scelta di raddoppiare
lo stabilimento di Taranto aveva una
connotazione politico-industriale
fortissima: si abbandonava il modello
americano della siderurgia per seguire
il modello giapponese, quello
di Kimitzu. Ma se quelle dimensioni
non sono accompagnate dalla stessa
cultura industriale giapponese, allora
si mettono le basi per scivolare
verso un rovinoso abisso. Quello
che infatti è accaduto a Taranto.

«Nell’industria – scrive Nakamura
– al crescere delle dimensioni i
problemi si moltiplicano in maniera
esponenziale e c’è un limite oltre il
quale la sfida diviene un suicidio».
Il manager della Nippon Steel
affonda subito il dito nella piaga:
i cinque altiforni di Taranto non
hanno mai raggiunto le performance
dei loro omologhi giapponesi.
Problemi di manutenzione e sprechi
impedivano ai forni del IV Centro
Siderurgico di marciare al massimo
dell’efficienza. Il piano giapponese
un risultato importante però lo
produce: un risparmio di quasi
cento lire per ogni chilo di acciaio
prodotto.

Un successo enorme.
Ma non basta. Lo stabilimento di
Taranto è troppo lontano dai mercati,
il trasporto pesa enormemente
sui costi: trecentoventi miliardi di
lire all’anno, vale a dire il costo di
cinquemila dipendenti. Per essere
competitivo, dunque, lo stabilimento
di Taranto avrebbe dovuto «ridurre
la manodopera di cinquemila persone».
Un paradosso, se si cosidera
che quello stabilimento era nato
proprio per dare occupazione. E infatti
quello è stabilimento di Stato e
sfugge alle regole del mercato. Uno
Stato che «con le sue ramificazioni
politiche e sindacali gli è sempre
addosso, protettivo e invadente». Di
più: lo Stato «ritardò i versamenti di
capitale proprio nel momento in cui
tutti i costi crescevano e l’inflazione
galoppava».

I problemi di Taranto
«nacquero allora».
Nakamura però è ottimista, è certo
che il gigante di Taranto resterà
un punto di forza della siderurgia
internazionale: «Pur con tutti i suoi
difetti, lo stabilimento di Taranto
sopravviverà ai suoi rivali del nordeuropa,
perché industrialmente è
nuovo ed efficiente. Un impianto
a ciclo integrale, con una buona manutenzione, può rimanere in
esercizio anche per cinquant’anni
di seguito. Quello di Taranto è il
più recente di tutto il continente e
potrà ancora funzionare per venti o
trent’anni».

Questa profezia, come
detto, porta la data del 1993. Quei
venti o trent’anni sono trascorsi.
Quello che è accaduto, Nakamura
non poteva prevederlo: dallo Stato a
Riva, da Riva allo Stato, dallo Stato
a (forse) Arcelor-Mittal. Come andrà
a finire non lo sappiamo ancora.
Siamo alla fine dello stabilimento
siderurgico più grande d’Europa
o all’alba di un nuovo inizio? Una
domanda che oggi non riesce ad
avere risposta. Come Nakamura
non sappe rispondere ai suoi tecnici
che in quegli anni ‘80, seduti alla
mensa aziendale dello stabilimento,
gli chiedevano perché gli italiani
«avessero costruito quell’enorme
stabilimento in mezzo a una campagna
sterminata, senza fabbriche
intorno, in un posto che sembrava
fatto apposta per pescare e coltivare
gli ulivi».

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

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