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23 Maggio 2022 - Ultimo aggiornamento il: 22 Maggio 2022 alle 22:57:00

Cronaca

Giancarlo Turi: ​«L’era dell’acciaio non è ancora finita»​

​ Il segretario della Uil: non rinunciamo alla nostra identità manifatturiera. Puntiamo sull’economia circolare​


Ilva, ma non solo. L’e­conomia tarantina in bilico tra ansia e speranza. Ne abbiamo parlato con Giancarlo Turi, segretario generale della Uil.

Vertenza Ilva, madre di tutte le questioni. Appare possibile, dopo le lacerazioni delle ultime settimane tra governo ed enti locali, la ricomposi­zione di un fronte comune che possa confrontarsi in maniera autorevole con un interlocutore ‘forte’ quale è ArcelorMittal?
Si sta lavorando esattamente in questa direzione. Dopo gli esiti incerti dell’in­contro del 20 dicembre scorso al tavolo istituzionale, appositamente allestito dal Governo per discutere delle richieste degli enti locali territoriali (Regione Puglia e Comune), non si è mai smes­so di cercare un’intesa più strutturata, in grado di comporre quelle diversità che sono state esattamente individuate nell’ordine del giorno posto a base dell’incontro. Ad oggi, sono andate deluse le aspettative di entrambe le parti: a fronte di un’apertura, non solo dialettica ma, anche, sotto il profilo dei contenuti il ministro Calenda si aspettava la disattivazione totale del contenzioso amministrativo azionato. I “nostri” avrebbero, invece, voluto vedere un accoglimento più netto delle istanze proposte, magari con qualche garanzia in più. Questi i fatti. Il resto è stato amplificato, a mio giudizio, da una comunicazione, sempre troppo alla ricerca di clamori, che ha dilatato, in modo smisurato, le distanze. L’accordo, meglio la tregua, che si suggellerà in un atto (protocollo o altro) non sarà che l’inizio di un percorso che, tutti, ci auguriamo nuovo e profondamente diverso dal passato. Mittal? Un gruppo imprenditoriale molto organizzato e strutturato, con una notevole esperienza nel settore della produzione di acciaio e che va seguito con grande attenzione, attraverso un’azione corale dell’intera società jonica.

Il gigante franco-indiano non ‘ri­schia’ di essere l’unico vincitore in questa diatriba tra il ministro Calenda ed il presidente Michele Emiliano?
Credo che Arcelor sia la parte più interessata, non tanto a capire chi pre­valga, quanto ad avere un quadro chiaro di regole all’interno del quale poter agire. Per la loro cultura industriale il Dpcm della discordia (quello del 29 settembre), è un punto imprescindibi­le, il riferimento massimo, quello che stabilisce gli obiettivi e i tempi entro i quali realizzarli. Occorre, però, fare attenzione a non complicare troppo il quadro normativo: sappiamo bene che le incertezze (anche solo lessicali) generano contenziosi che rallentano i lavori e fanno innervosire gli impren­ditori stranieri, molto meno avvezzi ai nostri bizantinismi. Ne sanno qualcosa i lavoratori del Porto: in un solo colpo abbiamo perso due leader mondiali del transhipment (Hutchinson e Evergreen), che ci hanno giudicati interlocutori poco affidabili. Dimostriamo, nei fatti, che avevano torto.

Al di là della questione Siderurgico: quali possono essere gli elementi per uno sviluppo del territorio di Taranto che si complementare – o alternativo – all’acciaio?
Il territorio jonico è caratterizzato da una forte presenza di siti manifatturieri, molti dei quali hanno forti contro indi­cazioni dal punto di vista ambientale. Il punto sta tutto qui: accettare la sfida per renderli compatibili con l’ambiente circostante o voltare pagina? La prima delle due alternative non l’abbiamo tecnologia a disposizione, ha dimo­strato che quella sfida si può vincere. Quindi, a mio giudizio, si tratta di con­tinuare a investire nel manifatturiero, articolando, in modo più opportuno, le produzioni di beni che utilizzino la ma­teria prima di Ilva: l’era dell’acciaio non è ancora giunta al capolinea. Ma, sem­pre rimanendo in tema, non possiamo non far cenno all’“economia circolare”, quella che usa tutta la produzione dei beni di scarto. In questo ambito, Am ha un suo ampio e conosciuto know-how, in grado di produrre ricchezza e lavoro. Aerospazio, portualità e logistica, sono i settori, ai quali dovremmo poter affian­care i nuovi ambiti della cantieristica, sostenuti da servizi di comunicazioni intermodali. Qui, siamo a buon punto. Siamo invece decisamente indietro per ciò che riguarda gli asset della conoscenza. Agricoltura, attività col­legate all’economia del mare, turismo culturale e turismo classico: un puzzle che inizia a prendere sempre più forma e consistenza. Dimenticavo: bonifiche e tecnologie carbon-free sono il logico corollario al nostro sistema industriale. Molto realisticamente, parliamo di fonti produttrici di sviluppo complementari. Al momento, non siamo nella condi­zione di parlare di sviluppo alternativo: quello si costruisce nel tempo e per gradi.

L’Istituto musicale Paisiello è stato indicato più volte come pilastro cul­turale irrinunciabile: a che punto siamo per la statizzazione, e la fine di questa sorta di precarietà che si trascina da troppo tempo? Il Paisiello ha un futuro?
Abbiamo una nuova legge che, è questa la novità più rilevante, ha anche la giusta dotazione finanziaria; mancano ancora i decreti attuativi. In sintesi, il Paisiello è già finanziato dallo Stato e non più dalla Provincia; mancano, ancora, gli atti che sanciscano il transito finale, quelli che servono per dire che il Pai­siello è un conservatorio di Stato e che il suo personale è alle dipendenze dello Stato: cioè, manca davvero pochissimo. Siamo, ormai, in dirittura d’arrivo: a novembre 2018 l’obiettivo dovrebbe essere raggiunto.

Il vescovo Filippo Santoro ha più vol­te fatto sentire la sua voce in merito alle diverse questioni aperte relative alla città. Quale giudizio dà delle sue parole?
Mons. Santoro si colloca nel solco della grande tradizione cattolica che ha fornito, storicamente, interpreti molto autorevoli e, quasi sempre, decisivi per le sorti del nostro territorio. Non ha mai mancato di far sentire il peso del suo pensiero che, puntuale, è giunto a rie­quilibrare situazioni complesse e solo apparentemente inconciliabili. Attività preziosa la sua: dietro le situazioni più delicate si avverte sempre quell’opera di intelligente mediazione in grado di trac­ciare la exit-strategy, che la mediocrità di una classe dirigente, apertamente declinante, non ha mai avuto l’autore­volezza di proporre. Rappresenta un punto di riferimento irrinunciabile per la nostra comunità.

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