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23 Maggio 2022 - Ultimo aggiornamento il: 22 Maggio 2022 alle 22:57:00

Cronaca

​Il nodo ambiente ancora da sciogliere​

I​l mitilicoltore Carriero racconta: così l’inquinamento ci ha messo in ginocchio​


L’udienza al Tar, il
consiglio regionale chiamato di fatto
ad esprimersi sull’operato del governatore,
Michele Emiliano.

Non sarà il
paventato D-Day, ma il 9 gennaio
è comunque una data importante per
l’Ilva. Con, in primo piano, la questione
ambientale che rimane un nodo ancora
da sciogliere. «L’Ilva – ha dichiarato
ieri il ministro Calenda Radio Capital
– entro il 2020 può diventare l’acciaieria
dal punto di vista ambientale migliore
d’Europa, quello che è importante è
che si sgombri il campo dai ricorsi e
lo si faccia rapidamente, e ragionando
sul merito». Il ministro, riconoscendo i
passi fatti del Governatore della Puglia
e precisando di non aver «mai fatto
guerra a Emiliano», ha sottolineato
che Emiliano e il sindaco di Taranto
hanno sempre avuto porte aperte al Ministero:
«l’importante è chiedere cose
che si possono fare, stare sul merito
delle cose, se si sta sul merito non c’è
nessuna preclusione. Siamo istituzioni
che si parlando, le questioni personali
sono fuori dal tavolo sempre».

«Io non
ritirerò mai un ricorso – la replica di
Emiliano, parlando con i cronisti della
seduta del Consiglio regionale per
decidere il ritiro del ricorso contro il
dpcm ambientale sull’Ilva – mettendo
a rischio la salute dei tarantini anche
se me lo dovesse chiedere il Consiglio
regionale. Non è sufficiente, perché ho
una delibera ben più importante, quella
che approva le linee programmatiche,
che è stata approvata dagli stessi
consiglieri». E se l’ente Provincia ha
presentato un ricorso in opposizione a
quello di Comune e Regione, sposando
la linea-Calenda, interviene Lina
Ambrogi Melle, promotrice anche del
ricorso collettivo alla Corte Europea
che annuncia «un intervento ad adiuvandum
per sostenere e rafforzare i
ricorsi al Tar di Lecce contro il Dpcm
del 30 settembre 2017 presentati dalla
Regione Puglia e dal Comune di
Taranto», affidato allo stesso studio
legale romano che si occupa della
causa davanti alla Cedu. E, sempre
in tema ambientale, l’associazionePeacelink
ha raccolto l’appello di un
mitilicoltore e divulgato il racconto. di
Luciano Carriero.

«Ascoltate l’appello
di un lavoratore, di un padre, di un
marito che ha dovuto chiudere la sua
azienda dopo aver investito tutto nella
sua attività. Oggi mi ritrovo con la casa
pignorata e mi chiedo, quando questa
sarà messa all’asta e poi venduta, dove
andrò a vivere con la mia famiglia e
in quali condizioni? Per rinnovare gli
impianti per l’allevamento delle cozze
nel primo seno del Mar Piccolo nel
2009 ho fatto accesso a un finanziamento
ponendo a garanzia di questo i
miei beni, la mia casa. L’attività andava
molto bene: produceva 700 tonnellate
di cozze all’anno e dava lavoro a 15
operai. Non ho mai conosciuto la crisi
ed in alcuni anni la richiesta del mercato
era addirittura maggiore alla nostra
produzione. Dal 2011 è iniziato il
declino del nostro settore, una tragedia
per me che rappresento la terza generazione
ad aver impiegato una vita nella
mitilicoltura. Sappiamo tutti cosa è
successo quell’anno. La denuncia degli
ambientalisti, che stimo perché hanno
agito volontariamente solo per tutelare
la salute dei tarantini, ha sollevato la
questione della contaminazione nelle
cozze da diossine e pcb.

Dopo aver chiesto quel prestito, in cui per garanzia
c’era la mia casa, mi sono ritrovato a
veder perso tutto il lavoro perché questo
per ordinanza della Asl doveva andare
al macero perché risultato contaminato.
Andarono distrutte tutte le cozze della
mia azienda allevate nel 2011, 2012 e
2013. La mia onestà di imprenditore
che portava il suo prodotto sulle tavole
dei tarantini e degli italiani mi ha spinto
a spostare, così come previsto con le
istituzioni locali, la mia attività in Mar
Grande ma qui, nonostante in quelle
acque non sussisteva la problematica
inquinamento, mentre in Mar Piccolo
mi ha sconfitto la diossina in Mar
Grande mi ha sconfitto la burocrazia».

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