15 Gennaio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 15 Gennaio 2021 alle 15:22:45

Cronaca

​La nuova frontiera: lavoro a nero e… gratis​

La denuncia della Slc Cgil di Taranto


«Non c’è limite alla
diabolica fantasia di chi vuole
sfruttare i lavoratori, guadagnando
facendo leva sul bisogno disperato
di donne e uomini ormai
costretti ad accettare qualunque
cosa sperando di sopravvivere
alla crisi che non pare affatto superata».

È l’amara considerazione di Andrea
Lumino, segretario generale
della Slc Cgil Taranto dopo l’ultima
denuncia nei confronti di un
call center che ha aperto una nuova
frontiera sullo sfruttamento: il
lavoro a nero e non pagato.
«Ormai – ha spiegato Lumino –
non ci meravigliamo più di nulla
e persino l’idea di trovare un call
center che opera grazie a lavoratori
in nero che a fine mese non
vengono nemmeno pagati è davvero
troppo.
È accaduto fino a pochi giorni
in un call center di Taranto che
i carabinieri del Nil e l’Ispettorato
del Lavoro hanno chiuso
tempestivamente il giorno successivo
alla nostra denuncia: una
situazione di piena illegalità che
grazie all’intervento degli organi
preposti è stata prontamente
interrotta, ma che conferma ancora
una volta come il concetto
di lavoro sia stato sostituito da
un surrogato dello sfruttamento
mascherato da favore che padroni
concedono a chi ha bisogno».

Da quanto accertato da Slc Cgil
e poi denunciato ai carabinieri
e all’ispettorato del lavoro «gli
operatori del call center non avevano
alcun contratto, ma un semplice
accordo verbale con il padrone
che riconosceva da 1 a 5
contratti al mese, uno “stipendio”
di 40 euro lordi, oltre i 6 contratti
mensili veniva corrisposto uno
stipendio di 500 euro lordi, dal 7
contratto in poi oltre ai 500 euro veniva corrisposto un “bonus” di
20 euro lordi per ogni contratto».

«Quindi – ha spiegato Lumino –
per coloro che non riuscivano a
chiudere alcun contratto non c’era
alcuna retribuzione. Un mese
di lavoro donato al padrone. Un
padrone che gestiva un call center
senza offrire nessuna garanzia e
tutela in materia di salute e sicurezza
o di sorveglianza medico
sanitaria nonostante operasse non
per una qualunque azienda privata,
ma per conto di Tim. Insomma
– ha commentato il sindacalista
tarantino – il call center aveva
una partita Iva e la monocommittenza
con il più grande cliente di
telecomunicazioni italiano che in
questi giorni si dipinge come l’azienda
buona che sta per procedere
all’assunzione di 2.000 persone.
A Tim, sin d’ora, diciamo
di non risponderci prendendo le
distanze come in passato: abbiamo
acquisito i documenti dei contratti
fatti ai clienti per loro conto
e quindi la risposta “non sapevamo”
questa volta non basta.

Vorremmo
chiedere a Tim se questa
modalità imprenditoriale può essere
accettata in un Paese civile:
come Slc Cgil Taranto diciamo di
no e annunciamo che oggi, in maniera
ancora più convinta e determinata,
continueremo a chiedere
l’applicazione della legge per il
caporalato per lo sfruttamento dei
lavoratori in questo settore. Continueremo
a batterci per la dignità
di questo settore e dei suoi lavoratori
oltre a quella di un territorio
che non può subire tutto questo
in nome della crisi e del ricatto.
Proseguiremo la nostra battaglia
“a mani nude” settore e nella
prossima campagna elettorale ci
aspettiamo di conoscere le proposte
dei candidati e dei partiti per
risolvere queste nuove frontiere
di sfruttamento del lavoro e del
bisogno di tanti».

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