Cronaca

“Violenterò tua figlia” e venne ucciso: domani il verdetto


TARANTO – A condurre i poliziotti nel luogo dove aveva nascosto le ceneri del padre era stato lui stesso, dopo essere crollato ed aver confessato. Adesso, per un imprenditore edile di Mottola, 45 anni, incensurato, è arrivato il giorno della sentenza d’appello, domani, dopo che nel processo in abbreviato è stato imputato con l’accusa di aver ucciso il padre ottantatreenne e averne poi distrutto il cadavere tra le fiamme. Per lui, in primo grado, è stata emessa una condanna a sedici anni di carcere; la pubblica accusa ne aveva chiesti diciotto. Disposta l’attenuante dello stato d’ira, come richiesto dal difensore dell’imprenditore, avvocato Andrea Silvestre.

Dietro l’omicidio dell’anziano c’era un tarlo che da tempo tormentava l’imprenditore, e cioè che il padre volesse abusare di sua figlia, dopo aver già stuprato un’altra nipote di tredici anni. L’ottantatreenne era stato condannato a sei anni di reclusione proprio per aver abusato della ragazzina e a denunciarlo era stato lo stesso figlio che era andato a prenderlo da una casa di riposo di Grottaglie, dove stava scontando la pena agli arresti domiciliari. Tra padre e figlio è nata una violenta discussione nel corso della quale l’anziano avrebbe pronunciato una frase – “ho un conto in sospeso con tua figlia” – che per l’imprenditore è sembrata la conferma di quanto già sospettava. Durante la violentissima lite seguita a quelle parole, ha raccontato l’omicida ai poliziotti che hanno raccolto la sua confessione, il vecchio è caduto e ha urtato la testa. Il figlio l’ha lasciato lì, per accorgersi poi solo la mattina dopo, quando è tornato nella casa di campagna dell’anziano, che il padre era morto. Quindi, la decisione di bruciare il cadavere, e buttare le ceneri in un deposito abbandonato, sempre nelle campagne di Mottola. Sono stati gli altri figli a denunciare la scomparsa del genitore e a far avviare le indagini. Lentamente, il cerchio si è stretto intorno all’imprenditore. Che da quella maledetta sera, ha spiegato la moglie ai poliziotti, non era più lo stesso, evidentemente schiacciato dal segreto che custodiva dentro di sé. In lacrime, dopo aver confessato ciò che aveva fatto, l’assassino ha detto agli agenti che la sua intenzione era quella di suicidarsi. Una storia terribile, cominciata il 9 dicembre 2009, quando gli agenti della Squadra Mobile di Taranto arrestarono l’anziano con l’accusa di avere violentato una nipote di 13 anni. Nella stessa operazione la polizia arrestò anche la madre della ragazzina, accusata di favorire gli incontri dietro compensi che andavano dai 15 ai 150 euro. Una storia venuta a galla proprio grazie al figlio dell’anziano, insospettito da quello strano rapporto tra suocero e nuora, ed approdata prima a processo, quindi ad una condanna per i due. Per quella stessa vicenda il nonno orco stava scontando una condanna a sei anni di arresti domiciliari; il 26 luglio del 2010, ottenuta la libertà per ragioni anagrafiche, il figlio era andato a prelevarlo dalla casa di riposo e lo aveva portato in un’abitazione di campagna nella disponibilità della famiglia, dove avrebbe dovuto vivere da solo. Dalla lite tra i due, come detto, si arrivò all’omicidio. Il 22 agosto 2010 arriva la denuncia di scomparsa per l’ottanta-treenne, sino all’arresto del figlio, il 17 settembre di due anni fa. Domani il verdetto in corte d’assise d’appello; l’udienza dovrebbe tenersi anche se come è noto è in corso l’astensione degli avvocati penalisti.

Giovanni Di Meo

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