Cronaca

Dall’Ilva alla Fiat l’Italia rinuncia alla grande industria


In merito alle ultime vicende che stanno contrassegnando le sorti dell’Ilva e della Fiat, dal prof. Federico Pirro, docente dell’Università degli Studi di Bari, riceviamo e pubblichiamo.

Esiste un rischio di desertificazione industriale nel nostro Paese? Si può parlare di un pericolo remoto o imminente di scomparsa di interi segmenti dell’apparato manifatturiero di quella che è ancora oggi la seconda potenza industriale dell’Unione Europea dopo la Germania? Alcune vicende recenti – la dismissione dell’Alcoa, l’intervento della Magistratura sull’Ilva a Taranto per imporne la bonifica, inibendone però la produzione e la dichiarazione di superamento del piano Fabbrica Italia della Fiat – indurrebbero a rispondere di sì: questo rischio esiste concretamente, e se anche solo per l’Alcoa si può parlare al momento di abbandono ‘programmato’ degli impianti, mentre gli stabilimenti della Fiat e dell’Ilva sono in esercizio sia pure fra cassa integrazione e sequestro dell’area a caldo, tuttavia si sta profilando sempre più minaccioso il rischio che vengano meno le ‘convenienze’ ad investire nel Paese, o a restarvi per chi già vi è localizzato.

Per la verità alcune di quelle convenienze sono inesistenti da anni, a causa dell’elevato costo dell’energia, di una burocrazia spesso lenta e macchinosa, di un costo del denaro più oneroso che altrove, della carenza di certe infrastrutture, soprattutto in talune zone del Paese, e di norme in materia ambientale spesso confuse e ingestibili. Non ho citato volutamente l’art.18 dello Statuto dei lavoratori perché non credo – e non per una sorta di criptoperaismo – che le aziende e in particolare le grandi ne abbiano sofferto per i loro investimenti, quando i loro principali problemi (a volte irresolubili) sono quelli soprarichiamati. In Puglia – solo per fare un esempio – nell’ultimo quindicennio si sono attratti top player mondiali nei rispettivi comparti come Bosch, Getrag, Edison, Evergreen, Eds, Alenia, Sorgenia, Vestas, Marcegaglia, etc. con loro nuovi siti produttivi, mentre altri Gruppi hanno investito su loro stabilimenti già esistenti, grazie in buona misura ai contratti di programma cofinanziati dalla Regione, senza che l’art.18 abbia rappresentato un ostacolo specifico all’incremento delle loro capacità. Con particolare riferimento alle vicende dell’Ilva, il blocco della produzione intimato dalla Procura a seguito del sequestro senza facoltà d’uso dell’area a caldo, dovrà (inevitabilmente) coniugarsi da un lato con l’avvio del processo di bonifica degli impianti e, dall’altro, con la necessità tecnica di non fermarli – pena il rischio di provocare ad essi danni gravi – e con quella di conservare i più elevati livelli occupazionali possibili, già nella fase di miglioramento dei cicli di esercizio ai fini dell’abbattimento delle emissioni nocive. Inoltre è opportuno ricordare che l’acciaio di Taranto – esportato peraltro in diversi Paesi dell’Unione Europea come ad esempio la Germania – in Italia non rifornisce solo i siti di Genova Cornigliano e di Novi Ligure dello stesso Gruppo Riva, e quelli di altre province come, fra le altre, il Cuneese ove viene utilizzato dalle industrie meccaniche locali per costruire macchine agricole, ma anche – nel Mezzogiorno – Pomigliano d’Arco, Melfi e Atessa (CH) ove il Gruppo Fiat in tre grandi fabbriche fra le maggiori d’Italia – superando ognuna i 5.000 addetti – produce nell’ordine la Panda, la Punto e il veicolo commerciale leggero Ducato. Un blocco della produzione dell’Ilva, pertanto, determinerebbe danni pesantissimi anche agli stabilimenti appena ricordati e a quelli di lavorazione dell’acciaio che preparano i componenti da assemblare nei prodotti finiti, ovvero nelle auto e negli autoveicoli commerciali, dei tre siti citati del Sud. Allora si acceleri in Parlamento l’approvazione del decreto legge per le bonifiche a Taranto, si consenta allo stabilimento di produrre ma non al di sotto del 60-70% delle sue capacità, avviandovi contestualmente le bonifiche da pagarsi con il ricavato delle vendite dei semilavorati usciti dai suoi laminatoi, e si intervenga come Governo e come Federacciai anche in ambito UE – ove efficacemente sta operando il Commissario Antonio Tajani, impegnato nel varo del piano per l’industria siderurgica che potrebbe riguardare anche il grande complesso dell’Ilva di Taranto – perché è sul piano comunitario che possono assumersi decisioni in grado di focalizzare le dinamiche dei mercati mondiali, difendendo (ma solo in logiche di assoluta competitività) la manifattura europea, o almeno quelle sue sezioni che si ritenesse opportuno salvare. L’auspicio – comune al Presidente Napolitano, al Pontefice e a Monti, e con essi a Vendola, ad Amministratori locali, Sindacati, Confindustria nazionale e locale, Arcivescovado, Università ma anche alla grande opinione pubblica italiana – è che all’Ilva si possa addivenire in tempi rapidi, ma anche in quelli tecnicamente necessari e senza fughe nell’utopia, al superamento di una situazione che rischia di danneggiare con la salute e l’ambiente cittadino, anche l’economia non solo di Taranto ma della Puglia, del Sud e dell’intero Paese.

Prof. Federico Pirro (Università di Bari)

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