11 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 11 Maggio 2021 alle 15:46:20

Cronaca

Vincenzo Di Maggio: «L’Ilva di Riva? Miniera d’oro che scontentava molti»

«Con Riva molti potentati dell’era pubblica rimasero a secco e proprio allora, sarà stato un caso, si è sviluppata una coscienza ambientalista per problemi che erano noti da anni»


Vincenzo Di Maggio, il presidente dell’Ordine degli Avvocati: i suoi rapporti con Riva, la Taranto degli anni ‘70 e il sogno della serie A. Tutto in una intervista.

Avvocato, lei è stato per circa undici anni il consulente del Gruppo Riva, per gli aspetti civilistici. Come le fu affidato l’incarico?
Mi telefonò lo Studio Colombo di Milano. Chiesero a me e ad altri avvocati tarantini il curriculum per valutare a chi rivolgersi qui su Taranto in caso di necessità. Il giorno dopo mi chiamarono per farmi occupare di una grana che avevano avuto per gli accessi al porto.

Dopo aver lavorato così a lungo per Riva, che idea si è fatto di questa famiglia?
Una famiglia dedita al lavoro. Con una dimensione aziendale molto semplice. Riva sapeva poco di evergetismo, di gesti di benevolenza fatti alla comunità. A lui interessava solo produrre acciaio.

Cosa le ha insegnato quella sua esperienza?
Ho capito quello che era lo stabilimento nella gestione pubblica e ho compreso che Taranto non ha mai avuto una vocazione industriale. Storicamente gli unici veri imprenditori che abbiamo avuto sono stati i tintori ebrei che avevano gli opifici nell’attuale Via Roma. Taranto è sempre stata legata alla mammella dello Stato.

Sta dicendo che l’insediamento dell’Italsider non è servito a creare una classe imprenditoriale.
Infatti. Abbiamo vissuto solo di appalti e subappalti. L’indotto importante era costituito dalle imprese del nord. E ci siamo accontentati di quanto veniva offerto attraverso il mondo politico e sindacale.

Dicevamo che Riva era interessato solo alla produzione.
Sì. Non a caso i suoi primi atti furono la cessione del circolo Italsider e il trasferimento dell’ufficio contratti a Milano.

Cosa ha significato il trasferimento di quell’ufficio?
Semplice: si passò dalla voragine di debiti della gestione pubblica alla trasformazione della fabbrica in una miniera d’oro. Cambiarono le modalità di gestione e molti dei potentati dell’era pubblica rimasero a secco e scontenti. Sarà stato un caso, ma proprio in quel momento si è sviluppata una coscienza ambientalista per problemi che, come TarantoBuonasera ha già avuto modo di mettere in evidenza nelle scorse settimane, erano noti da molti anni. E non è che Riva inquinasse più dell’Ilva pubblica, anzi.

Gli effetti sull’indotto di quel cambio di marcia quali furono?
Con la privatizzazione molte imprese hanno pagato la mancanza di una vera e propria identità imprenditoriale. Taranto per la prima volta si era imbattuta in un imprenditore.

Un imprenditore a cui la situazione è però sfuggita di mano, soprattutto per la questione ambientale
Io ho avuto la famiglia sterminata dai tumori. Mia madre è morta a 46 anni e quindi non posso distribuire assoluzioni. Ma a mio avviso va condannato l’establishment che ha governato non il singolo imprenditore che è l’ultimo anello di una catena che non ha funzionato.

Da “Ambiente svenduto” sono emerse relazioni piuttosto torbide tra i Riva e alcune personalità del territorio…
Se fossero state fatte indagini negli anni dell’Ilva pubblica oggi avremmo potuto scrivere dei trattati su certi tipi di relazioni…

Oggi siamo di fronte all’ennesimo scontro istituzionale. Crede che si riuscirà a trovare una soluzione?
Sinceramente sono disorientato. Abbiamo voluto dare la colpa di tutti i nostri mali ad una persona mentre credo che questo sia il momento di cercare soluzioni più che responsabilità di quanto accaduto.

La riconversione è possibile?
Sono scettico. Taranto ha tre risorse: agricoltura, cultura, pesca. Ma possiamo utilizzarle solo a patto di bonificare l’ambiente che abbiamo svenduto.

E il turismo?
Nel resto d’Italia oggi Taranto è conosciuta per le tre “d”: dissesto, disorganizzazione, diossina. Purtroppo noi stessi stiamo esportando un’immagine devastante della città. Abbiamo avuto colleghi arrivati a Taranto da tutta Italia per partecipare a iniziative dell’Ordine degli Avvocati: avevano persino paura di mangiare al ristorante. Così che turismo vogliamo fare?

Quindi non crede alla riconversione?
Alla riconversione deve contribuire in modo determinante lo Stato che ha creato questa situazione. Il vice sindaco ha parlato di modello Essen: ben venga la realizzazione di un disegno del genere. È chiaro che lo stabilimento dovrà essere ridimensionato e gli esuberi ben potrebbero essere ricollocati in nuove industrie, perché no, tese a risanare l’ambiente, da creare sul territorio.

Passiamo a migliori ricordi: gli anni ‘60 ’70 e suo padre, Michele Di Maggio, presidente del Taranto.
Era un’altra Taranto. Elegante. Era la Milano del Sud. C’era educazione e senso di appartenenza, orgoglio di essere Tarantini. Oggi la nostra è una città litigiosa, che si piange addosso: altro che identità spartana! Allora, invece, c’era speranza nel futuro.

E nel calcio si sperava nella serie A…
Arrivammo quinti in serie B con Invernizzi in panchina. Mio padre nutriva l’ambizione della promozione in serie A. De Palo, presidente del Bari, avrebbe fatto carte false per Beretti e Paina. Lui disse di no, voleva la massima serie.

Che non arrivò. Anzi, qualche anno dopo suo padre lasciò…
Aveva un caratteraccio e si ritrovò quasi tutta la stampa contro. Poi arrivarono persino le minacce. Per un anno fui costretto ad essere accompagnato dalla scorta…non era vita!

Ora lei è presidente dell’Ordine degli Avvocati. E proprio l’altra settimana è nata la polemica per l’affidamento ad un avvocato barese dell’incarico per il ricorso del Comune contro l’Aia Ilva. Non l’avete presa bene.
A Taranto ci sono 3.875 avvocati. Non credo che non ve ne fosse uno in grado di fare quel ricorso. Comunque, subito dopo, ci siamo incontrati con il vicesindaco De Franchi e gli abbiamo proposto di formulare una nuova short list dove poter attingere le nostre migliori professionalità a seconda del tipo di causa da affrontare. Speriamo così di poter costruire migliori relazioni per il futuro ed offrire un valido contributo alle scelte operative dell’Ente civico.

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

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