19 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 19 Aprile 2021 alle 07:17:57

Cronaca

DIA, 20 ANNI DI SUCCESSI


TARANTO – I vent’anni di costituzione della Dia, la Direzione Investigativa Antimafia, celebrati ieri – non con particolare risalto – a Roma, offrono lo spunto per una “retrospettiva” sul lavoro dell’Antimafia in Puglia ed a Taranto. Un’analisi che non può che partire dal primo, vero scacco inflitto ai clan: la cattura, nel 1993, di Salvatore Annacondia. Quello di ‘manomozza’, il killer con una mano sola, signore e padrone del nord barese nei primi anni ’90, è un nome che mette ancora paura. Anche a Taranto. Perché Annacondia fu uno dei protagonisti della guerra di mafia che insanguinò le due rive dello Ionio dal 1989. ‘Mano-mozza’ era l’alleato storico di Riccardo, Gianfranco e Claudio Modeo nel conflitto che li oppose al fratellastro Antonio, ‘Tonino il Messicano’, ammazzato a Bisceglie il 16 agosto del 1990 su mandato proprio del capocosca barese.

Salvatore De Vitis, Matteo La Gioia, Orlando D’Oronzo, Cataldo Ric-ciardi, erano invece alleati del Messicano in quella guerra da duecento morti che appartiene al passato della mala (e della mafia) tarantina. Senza nome, oggi, visto che nelle carte della Dia si parla della sanguinaria “Società” foggiana, della Nuova Famiglia Salentina, di Sacra Corona Libera e della Camorra Barese, divisa in fazioni rivali, in armi una contro l’altra. E’ scomparsa la Nuova Camorra Pugliese, diramazione della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo che a Tonino Modeo (e ai boss della Daunia) aveva affidato il compito di riproporre in Puglia metodi e “ideologia” del ‘Professore’ raccontato anche in un celebre film di Giuseppe Tornatore. Oggi, città e provincia di Taranto sono divise in gruppi di cui si teme la riorganizzazione, con il business della droga come principale fonte di approvvigionamento. Il panorama è decisamente frastagliato. Nell’aprile di quest’anno, 44 persone sono state arrestate nell’offensiva dell’Antimafia alle case parcheggio dei Tamburi: una posizione di leader è attribuita dagli investigatori ai fratelli Cosimo e Maria Scialpi. La droga importata dall’Albania approdava a Bari e da qui raggiungeva Taranto, per essere smistata nel capoluogo jonico e nelle province di Brindisi, Lecce, Matera e Cosenza. La Salinella è invece la zona del clan Scarci. Tredici condanne sono state inflitte a luglio, nel processo celebrato nelle forme del rito abbreviato, dal gup del tribunale di Lecce Vincenzo Brancato. Al boss Franco Scarci è stata inflitta la pena più pesante, 12 anni di reclusione; nove anni al fratello Giuseppe, otto anni ed otto mesi per l’altro fratello Andrea. Sempre in abbreviato hanno definito le loro posizioni Carmelo Pascali, condannato a sette anni di carcere, e suo figlio Nicola, condannato a dieci anni, il cui clan ‘copre’ Paolo VI. I procedimenti approderanno al vaglio della corte d’Appello. Non ha retto invece l’accusa di mafia per Michele Cicala. Sono definitive le undici condanne e le due assoluzioni decretate dalla Corte d’Appello nei confronti degli imputati del processo “Mediterraneo”. A marzo la Cassazione ha emesso il verdetto confermando la sentenza di secondo grado. La decisione finale della Sesta sezione penale recepisce in toto le richieste del procuratore generale il quale aveva chiesto il rigetto sia del ricorso dell’allora pubblico ministero della Direzione distrettuale antima-fia di Lecce, Lino Giorgio Bruno, che aveva impugnato l’assoluzione degli imputati dall’associazione mafiosa, sia della difesa che chiedeva il proscio-glimento da tutti i reati. Confermate quindi le condanne inflitte in appello tra cui quella a 18 anni e mezzo di reclusione a Michele Cicala, capo di un sodalizio criminale attivo a Talsano e Tramontone, ma non caratterizzato dalla ‘mafiosità’. E’ in corso in tribunale il maxi processo Scarface: 50 imputati, con Peppe Florio indicato come uomo di punta della mala emergente tarantina. A febbraio, con l’operazione Giano, è stata colpita la frangia tarantina della Sacra Corona Unita: diciotto le ordinanze di custodia cautelare, compresa quella per il capo storico Vincenzo Stranieri, già detenuto in regime di 41 bis. Storia a parte quella dei cosiddetti Irriducibili: negli anni 2004 e 2005, nella provincia di Taranto e nel brindisino vennero messe a segno centinaia di rapine da un unico gruppo eterogeneo con membri appartenenti a località differenti. In un’area di servizio a Monteiasi rimase ucciso anche un carabiniere, Angelo Spagnuolo. In seguito le indagini hanno portato alla cattura di un’organizzazione con a capo Mario Vecchio, originario di San Marzano di San Giuseppe. Pene pesanti sono state inflitte nel processo d’appello. Fin qui la storia. E’ innegabile tuttavia che nel recentissimo passato la città di Taranto è tornata teatro di sparatorie, anche mortali, tra le sue vie. Un tentativo delle nuove leve di affermare nuove supremazie sul territorio e sui quartieri, oppure episodi individuali e non collegati tra loro? Anche questo, ovviamente, sarà materiale oggetto di analisi da parte di tutte le forze dell’ordine, comunque attente a monitorare la situazione, ed ovviamente della Direzione distrettuale antimafia.

Giovanni Di Meo

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