Cronaca

​«Aiutiamo i ragazzi a vincere le loro paure»​

​Claudia Panessa racconta la sua esperienza al workshop cinematografico organizzato da Fondazione “Umberto Veronesi” ​


Sensibilizzare gli adolescenti sul tema della prevenzione, motivandoli ed incoraggiandoli a rivolgersi ad un medico qualora dovessero insorgere sintomi sospetti: è con questo obiettivo che la Fondazione “Umberto Veronesi” da due anni, oramai, in collaborazione con SIAMO (la Società Italiana Adolescenti con Malattie Onco-Ematologiche) porta in giro per l’Italia, tra gli studenti-adolescenti, il progetto “#Fattivedere”. Progetto che, attraverso un workshop cinematografico, mette a confronto ragazzi con un’età compresa fra i 14 e i 19 anni con specialisti oncologici e psico-oncologici pediatrici.

Martedì scorso, al Cinema Ariston, l’incontro a Taranto alla presenza del giornalista del sito di Fondazione “Umberto Veronesi”, Fabio Di Todaro, del Dirigente medico U.O. Pediatria dell’ospedale SS Annunziata, Roberta Koronica e della psicoterapeuta Chiara Rutigliano. Sul palco anche Claudia Panessa dell’associazione “Malati oncologici” che al workshop ha portato la sua personale storia fatta non solo di dolore, ma anche di gioie, come il conseguimento di una laurea in Ingegneria e, da lunedì prossimo, un lavoro stabile come dipendente di Trenitalia.

«È stata un’esperienza interessante – ha raccontato Claudia al nostro giornale – Un’esperienza che ha coinvolto soprattutto emotivamente gli studenti: dopo la proiezione del film “Quel fantastico peggior anno della mia vita”, in sala è calato il silenzio.

Non poteva andare diversamente: la pellicola termina con la morte di una delle protagoniste, malata di leucemia. Ma, poi, i ragazzi hanno ascoltato attentamente gli interventi degli specialisti, la mia testimonianza, ma anche quella di una ragazza che, tuttora, combatte la sua battaglia contro la malattia. Ed è nato il dibattito».

Quali sono i dubbi, le paure che i ragazzi hanno esternato attraverso le loro domande?
«Tra di loro c’è la consapevolezza di vivere in una città che espone tutti al rischio. Abbiamo ascoltato parole di denuncia dettate anche da personali esperienze: per curarsi, spesso i pazienti oncologici sono costretti ad andare altrove. In altre città. E questo destabilizza».

Secondo lei, quale ruolo giocano la vergogna e il pudore nei ragazzi che decidono di tenere per sé quei sintomi che, se ascoltati, potrebbero aiutare a scoprire una malattia oncologica?
«Gli adolescenti conoscono ben poco il proprio corpo: dovrebbero imparare percepire le sue trasformazioni, ad ascoltare quello che l’organismo vuole dire quando non risponde adeguatamente agli stimoli.
Pensate a quanto possa essere devastante, per un adolescente, scoprire di avere un tumore ai testicoli. È difficile da capire, ma ci si vergogna di essere ammalati e si comincia a vivere in uno stato che coinvolge anche la famiglia».

Parliamo della famiglia: quale ruolo gioca in questo processo di sensibilizzazione alla prevenzione, di presa di coscienza ed accettazione della malattia?
«Chiediamoci, prima di tutto, se la famiglia sia in grado o meno di fare prevenzione. Oppure se sia o meno a conoscenza di quelle che sono le tecniche di prevenzione per comunicarle: mi dispiace doverlo affermare ma credo, purtroppo, che non sia pronta e che non abbia ancora nemmeno le competenze per affrontare il problema. Va aiutata, questo è chiaro, perché è già difficile combattere un tumore in età adulta, figuriamoci da bambini o adolescenti. Bisogna sapere come gestire le emozioni. Il tumore, lo sottolineo sempre, colpisce tutto il nucleo familiare. Non solo il paziente».

E la scuola?
«Mi chiedo: la scuola è pronta ad accogliere un malato oncologico? È in grado, attualmente, di fornire un supporto psicologico alla classe affinchè sappia come relazionarsi con un paziente? La scuola, sicuramente, può e deve informare costantemente docenti e studenti. A sua disposizione ha tanti e validi strumenti. Basti pensare ai corsi…»

Scuola e famiglia: lei crede che possano agire in sinergia?
«Durante un incontro con delle studentesse abbiamo parlato di autopalpazione, pap test, mammografia. In quella occasione ci siamo chiesti quante tra le “mamme” si siano o meno sottoposte a questo tipo di controlli. Non molte. Per questo, a mio parere, è la scuola che, attraverso i ragazzi, deve entrare nella famiglia, sfruttando proprio la maggiore ricettività che i ragazzi hanno rispetto agli adulti».

Scuola, famiglia: ma gli organi preposti come si muovono in questo contesto?
«Se l’Asl o le Istituzioni seguissero una linea precisa, il problema si risolverebbe facilmente. La nostra associazione, per esempio, sul territorio può organizzare l’evento, ma coinvolgere medici e specialisti, è un impegno notevole. Basterebbe che un giorno all’anno fosse dedicato ad informare i giovani sull’importanza della prevenzione. Non solo nelle scuole, ma in ogni luogo di aggregazione. È solo una questione di volontà».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche