19 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 19 Settembre 2021 alle 22:57:00

Cronaca

​Addio a Nicola Carrino, tarantino incompreso​

Uno dei più grandi artisti italiani del Novecento


Grave lutto per il mondo dell’arte italiana
e soprattutto per Taranto.

Lunedì 14
maggio si è spento a Roma, a causa di
un arresto cardiaco, lo scultore Nicola
Carrino, che è stato uno dei massimi
artisti del Novecento e certamente
l’artista più importante che la città di
Taranto abbia espresso nel XX secolo,
icona leggendaria della fase storica che
portò l’arte a virare verso il concettuale.
Carrino, che era nato a Taranto, in
Città vecchia, il 16 febbraio 1932,
aveva sempre mantenuto vivo e vitale
il suo rapporto con la città d’origine,
che amava profondamente, nonostante
l’incomprensione seguita alla scarsa
considerazione nella quale veniva
tenuto il progetto della Fontana che
aveva realizzato negli anni Ottanta a
piazza Fontana: oggetto di legame e di
cruccio per lui che considerava la scarsa
manutenzione di cui l’opera era abbandonata
come un segno di disaffezione
e che accresceva il distacco dei suoi
cittadini.

Poche settimane fa, Nicola,
che mi degnava di un antico rapporto
di amicizia, mi aveva inviato un po’ di
documenti perché potessi ricostruire
la vicenda del progetto, in occasione
dei trent’anni della sua inaugurazione,
sperando così di renderne un po’ più
accessibile il senso. Un impegno che
cercherò di mantenere per quanto mi
sarà possibile
Fautore del Gruppo 1, primo esempio
in assoluto di aggregazione teorica e
pratica di artisti provenienti da aree
e formazioni diverse, Carrino è stato
sempre molto in anticipo sui tempi,
sempre attento alla funzione sociale
e urbanistica, di interazione e interrelazione,
che l’arte deve svolgere, e per
questo poco interessato alle lusinghe
della pura mercificazione, nella quale
si sono spesso lasciati cadere grandi
artisti, che hanno preso la strada della
ripetitività seriale, puntando a creare
piccoli imperi economici.

Era stato celebrato, lo scorso anno,
anche dal Corriere della Sera che gli
aveva dedicato una delle copertine
d’artista del suo inserto settimanale “La
lettura”, ma negli ultimi anni grandi
mostre gli erano state dedicate in tutto
il Paese. In particolare nell’autunno
2016 la galleria milanese A arte studio
Invernizzi, gli aveva dedicato una
grande antologica “De/Ri/Costruttività.
Disegni. Rilievi. Sculture”. Ma Nicola
era stato invocato più volte da tante
altre gallerie, ma si concedeva sempre
più raramente poiché per lui le mostra
rappresentavano sempre occasioni da
supportare teoricamente e da preparare
con grandissima cura, non erano certo
operazioni commerciali.

Una grande
mostra era in programma a Torino, ma
era stato costretto a rinunciare perché
la sua salute, e quella di sua moglie
Angela, lei pure tarantina, era diventata
malferma.
Il processo creativo di Carrino, come
sa bene chi ha seguito negli anni il
suo percorso, ha conosciuto una evoluzione,
che per altro è ben riassunta
nel titolo della mostra di Milano, dal
“costruttivo” al “decostruttivo”, per
concludersi nel “ricostruttivo”, sempre
innestandovi un significato intrinseco
relativo all’evoluzione della rappresentatività
e dell’evoluzione sociale che vi
si rispecchia. Egli considerava sempre
l’arte nella sua funzione sociale
“Tutte le arti – sosteneva – concorrono
alla città. Fa urbanistica lo scultore,
fa urbanistica il pittore, fa urbanistica
persino colui che compone una pagina
tipografica. La scultura è la forma
del luogo, anzi il luogo stesso. Sono i
principi che unitariamente richiamano
e governano la mia visione del fare,
produrre, pensare, comunicare l’arte.
La scultura non è produzione di oggetti,
ma comunicazione di pensiero. In
questo l’oggetto è indispensabile. Tra
l’architettura e la scultura, lo scarto è
solo nella dimensione oggettuale. Intorno
all’oggetto realizzato si mostra e si
realizza nel pensiero, l’idea, la virtualità
e la realtà dell’essere”.

Ecco, il fare arte di Carrino era un
processo di gestazione intellettuale, d’
ideazione formale e poi di elaborazione.
Non ha mai smesso, in fondo, di pensare
a una funzione politica dell’arte,
a una sua utilità pedagogica e sociale.
Riservatezza e rigorosità concorrevano
a fare apparire il suo carattere un po’
rigido, scontroso, ma era, la sua, una sostanziale
timidezza, nella quale nascondeva,
invece, una sensibilità che poteva
facilmente tradursi in commozione. Nei
nostri incontri, nelle tante interviste, a
volte lunghissime, soprattutto negli ultimi
tempi, egli sembrava voler dettare
un testamento spirituale che spiegasse
al mondo, a partire dai suoi concittadini
che ha sempre portato con se, la sua idea
di mondo e quella di arte, che poi coincidevano.
Alla sua città resta l’impegno
doveroso a riscoprirlo, a tramandare la
sua memoria, che è quella di un grande
del Novecento.

I funerali si terranno mercoledì 16 a
Roma. Dal nostro giornale va il profondo
cordoglio alla moglie Angela e alle
figlie Veneranda e Valentina.

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