12 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 12 Maggio 2021 alle 07:11:00

Cronaca

​Il giorno che uccisero Aldo Moro​

​Quel caffè da Cossiga e il partito che decretò la morte dello statista​


Claudio Signorile era vicesegretario del Psi quando Aldo Moro fu rapito. In quei giorni drammatici fu tra i protagonisti del tentativo di salvare il leader della Dc. La mattina del 9 maggio, giorno in cui Moro fu ucciso, Signorile era al Viminale, dal ministro degli interni Francesco Cossiga.

Professore, cosa accadde quella mattina del 9 maggio? Perché lei era al Viminale con Cossiga?
Cossiga mi aveva invitato a prendere un caffè. L’invito a prendere un caffè da lui non era cosa strana. Tra me e Cossiga c’era un buon rapporto personale. Interpretai quell’invito come suo desiderio di interloquire con chi era stato attore dinamico in quelle fasi delicate della vita del Paese. C’era in quelle ore la fondata convinzione che Fanfani nella direzione della Dc sbloccasse lo stallo criminale nel quale era finita la vicenda Moro. Ritenni, quindi, che Cossiga mi volesse come testimone per condividere una notizia positiva.

Quando invece arrivò al Viminale ebbe l’impressione che Cossiga già sapesse della morte di Moro?
Non so se sapesse. Va comunque rimesso ordine alla sequenza degli eventi di quella tragica mattinata. Abbiamo, innanzitutto, la testimonianza di un artificiere – finora non smentita – il quale afferma di essere stato chiamato ad intervenire sulla Renault 4 intorno alle 9 del mattino e afferma che lì c’era Cossiga. Quando io ero con Cossiga al Viminale, poco dopo le 10 arrivarono due segnalazioni dagli altoparlanti dell’interfono collegato al prefetto: la prima segnalava la presenza di un’auto rossa sospetta in via Caetani; la seconda parlava del ritrovamento del corpo della “nota personalità”. In quel momento Cossiga ebbe un evidente moto di emozione. Era scosso, ci abbracciammo. Mi disse che si sarebbe dovuto dimettere. Infine, soltanto nella tarda mattinata arrivò la famosa telefonata delle Br all’assistente di Moro nella quale si comunicava la morte dello statista e la localizzazione dell’auto in via Caetani. La domanda da porsi allora è: perché questa sequenza di informazioni? A distanza di tempo ebbi la sensazione di essere stato chiamato di proposito per assistere all’arrivo di quelle comunicazioni a Cossiga.

Perché, allora, quella sequenza di eventi?
Ricordiamo che era in corso la prima riunione della direzione democristiana dal giorno del rapimento. Fino ad allora Zaccagnini (segretario della Dc, ndr) aveva agito in regime di straordinarietà. La Dc in quei giorni non aveva mai riunito la sua direzione. Fanfani in quelle ore avrebbe dovuto sostenere l’iniziativa promossa dal Partito Socialista di liberare una brigatista. Un atto che avrebbe dovuto tradursi se non nella liberazione di Moro, almeno nel convincere le Br a soprassedere sull’assassinio. Io personalmente mi spinsi molto per dare corpo a quella iniziativa. Non si trattava di intavolare una trattativa, ma, appunto, di dare vita ad una “iniziativa” che rompesse l’immobilismo. Peraltro il fronte brigatista che non voleva l’uccisione di Moro si stava allargando. Oltre a Morucci e Faranda c’erano altri che appoggiavano la linea della non uccisione di Moro.

Come nacquero i suoi contatti con gli ambienti dell’autonomia?
Io e Craxi eravamo stati figure rilevanti del mondo universitario. Era ben chiara in noi l’articolazione della sinistra antagonista che aveva espresso il braccio armato nelle Brigate Rosse. I rapporti tra la sinistra antagonista e il braccio armato non si erano mai interrotti.

Cosa vi spinse a stabilire un contatto con quel mondo?
Riunimmo il gruppo di crisi del Psi e facemmo un ragionamento: se non l’hanno ammazzato vuol dire che non sono d’accordo e se non sono d’accordo fra loro dobbiamo intercettare i percorsi che possono permetterci di avviare una iniziativa per arrivare alla liberazione di Moro. Chiamai allora il direttore dell’Espresso, Livio Zanetti, e gli chiesi un contatto con gli ambienti dell’autonomia. Così nacquero i contatti con Pace e Piperno, che era il leader storico di Potere Operaio e riferimento culturale di Faranda e Morucci.

Chi metteste a conoscenza di questi contatti?
Ne parlai solo con il generale Ferrara, che era vicecomandante dell’Arma dei Carabinieri. Non avevo fiducia in chi teneva le fila delle indagini perché vedevo mancanza di volontà operativa. Si badi bene che quella non era linea della fermezza ma mero immobilismo, sia da parte degli organi giudiziari e investigativi che da parte politica.

Quando uno spiraglio sembrava stesse per aprirsi, Moro venne ucciso.
Moro venne ucciso a prescindere e non per decisione delle Br, ma per volontà del partito dell’immobilismo.

Qual era questo partito dell’immobilismo?
Era costituito da quanti erano legati a quell’assetto politico. Ricordiamo che eravamo in piena seconda guerra fredda e l’ingresso del Pci nel governo veniva letto come elemento di squilibrio sia dal blocco atlantico che da quello sovietico.

Questa lettura confermerebbe le numerose e diverse “presenze” sul luogo dell’agguato di via Fani.
Assolutamente sì. Le Br non sono mai state sole. Anche prima del rapimento Moro erano infiltrate. Non si può pensare che una simile organizzazione non fosse in qualche modo controllata da fronti bipartisan.

Moro quindi fu ucciso perché il suo disegno politico poteva turbare quegli assetti internazionali?
L’uccisione di Moro fu l’effetto collaterale di quella guerra fredda e di una organizzazione degli assetti che non poteva sopportare la rottura di quegli equilibri che Moro, col suo operato, rischiava di mettere in discussione. Le Br inizialmente non erano interessate ad uccidere Moro. Il rapimento e il processo al presidente della Dc nascono come risposta al processo di Torino, nel quale erano alla sbarra Curcio ed altri brigatisti. L’epilogo, cioè l’omicidio di Moro, fu una decisione eterodiretta.

A distanza di quarant’anni, quale lettura possiamo offrire del caso Moro?
Fu una grande vicenda storica. In quella fase l’Italia stava recuperando la sua indipendenza rispetto alla subalternità alla Nato alla quale ci aveva condannati l’esito della seconda guerra mondiale. E il Pci stava acquisendo autonomia rispetto al blocco sovietico. La politica di Moro, con il ruolo determinante del Psi, avrebbe restituito sovranità al nostro Paese e generato una nuova classe dirigente. Quel disegno fu fermato, poi trovò una parziale realizzazione negli anni ‘80 col governo a guida socialista e infine ci fu una nuova fermata con Mani Pulite, nel ’92: il ricambio della classe dirigente fu compiuto dalla magistratura e non dalla politica come invece si stava cercando di fare già con Moro. Così non è stato e l’Italia è rimasta un Paese debole.

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

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