11 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 10 Maggio 2021 alle 15:20:57

Cronaca

​«Aiutiamo i giovani a fare impresa»​

​I 25 anni di sacerdozio di Don Antonio Panico, sacerdote della parrocchia Sant’Antonio e direttore della Lumsa ​


“Noi della Chiesa dobbiamo servire, non essere serviti”, dice Papa
Fran­cesco in una delle sue ultime allocuzioni!

Don Antonio, com’è cambiato
il servizio sacerdotale in questi suoi 25 anni?
Tanto! Oggi se si vuol essere incisivi e concreti nel servizio,
bisogna occuparsi moltissimo di carità a 360 gradi. È la dimensione caritativa
che è ambiata. Non è più solo quella tradizionale dell’aiuto ai poveri , vecchi
e nuovi che siano, ma anche nella carità dell’accoglienza. La Chiesa deve
occuparsi anche della povertà culturale ed intellettuale, in particolare nei
Paesi più poveri, spesso sostituendosi anche ai compiti istituzionali laici,
laddove sono carenti. Lo testimonia la storia dei nume­rosi istituti
scolastici, compresi quelli di livello universitario. La Persona ha bisogno di
realizzarsi nella sua dimensione più inte­grale. Se si dà una chance a livello
culturale si permette ai più disagiati di emanciparsi socialmente per creare
qualcosa di buono nei loro Paesi ed essere più autorevoli nel contesto
mondiale.

Di solito, nella gente, il senso del passa­to è visto come più
romantico e meno problematico, rispetto alla realtà tu­multuosa del presente,
con l’insidia della secolarizzazione della Chiesa.
Magari fosse così! Le problematiche socio-economiche e religiose,
invece, sono sem­pre esistite, sia pur con forme diverse. È la concretizzazione
del nostro “servizio” che cambia nella forma per potersi adattare ai tempi, con
intuizioni profetiche e strumenti diversi. Mai ci saremmo aspettati in Italia
e, soprattutto, qui a Taranto, noi consiglieri episcopali insieme
all’Arcivescovo, di do­verci impegnare così tanto per l’emergenza immigrati
mettendo a disposizione un monastero o, per l’aumento costante dei po­veri, un
intero palazzo come il Santacroce, opportunamente restaurato e riqualificato a
tale scopo, con cospicue spese della Curia e con l’impegno strenuo di tanti
volontari per gestirne l’accoglienza e l’afflusso. È stata un’intuizione
intelligente, così come, più in generale, quella di vivacizzare la vita sociale
e religiosa della Città Vecchia, anche anticipando, le soluzioni del progetto
governativo.

Non passa giorno che non si parli della questione migranti ma la
soluzione vera e concreta a quest’autentico esodo bibli­co tarda a realizzarsi.
Ognuno accusa l’altro e tutto resta come prima.
Anche in questo secolare problema, le orga­nizzazioni ecclesiali
sono state profetiche e concrete. Mentre le autorità civili del mondo discutono
e ridiscutono su come cercare di frenare quest’esodo, proponendo, a parole,
interventi in loco, la Chiesa con le sue missioni realizza da tempo scuole,
ospedali, acquedotti e quant’altro possa servire ad una una dignitosa vita di
quelle popolazioni. Inviare danaro a pioggia serve solo ad arricchire una
minoranza corrotta.

Dopo 25 anni, può ritenersi soddisfatto di ciò che ha fatto come
sacerdote e come comunicatore?
In tutta umiltà, posso dire di sì! Ho perse­guito i miei studi
culturali, ecclesiastici e sociali. Ho potuto poi veicolare i contenuti
evangelici in contesti sociali e anche cultu­rali. Noi della Chiesa dobbiamo
fare molta promozione per la Persona. A Taranto, siamo fortemente impegnati con
l’Istituto di Scienze religiose, attivo, manco a dirlo, nella Città Vecchia e
con la Lumsa con i corsi per assistenti sociali, di cui sono il coordinatore,
unitamente all’impegno fuori sede, in campo nazionale ed internazionale. C’è
tanto da fare. L’aspetto che ci gratifica è anche il coinvolgimento in analisi
e son­daggi sullo stato dell’arte della situazione ambientale e sociale della
città da parte delle più importanti Istituzioni civili. I no­ verificare
sul campo la realtà che studiano in aula. Se nella nostra città resta ed
insiste ancora un po’ di sistema universitario lo si deve anche alla nostra
Lumsa.

Parlando dell’eterno problema “lavoro ed occupazione”, come va il
progetto Policoro?
È un progetto importante, in particolare per i giovani, finanziato
dalla CEI con il microcredito. Serve, in particolare, a pro­muovere
l’intrapresa per attività lavorative a titolo indipendente ma anche alla forma­zione
da dipendente. Abbiamo rimesso su il sistema formativo costituendo un’èquipe di
professionisti in vari settori delle attività lavorative e psicologi. Io, come
direttore regionale e l’Arcivescovo, Mons. Santoro, in qualità di presidente della
commissione regionale e nazionale per il lavoro ed il sociale, stiamo lavorando
intensamente in Puglia, per formare i tutors, cioè gli anima­tori delle Diocesi
che devono coordinare il lavoro delle varie èquipes. Nelle Diocesi pugliesi, i
risultati sono incoraggianti. Si parla di circa 800 nuovi progetti lavorativi
andati in porto, con attività indipendenti, che a loro volta assumono
dipendenti.

A Taranto come va, considerata l’ende­mica situazione
occupazionale?
A Taranto, il progetto è stato fermo per qualche anno. Ora lo
abbiamo ripreso e stiamo seminando alacremente per rilan­ciarlo bene per
contribuire a favorire atti­vità imprenditoriali giovanili anche nella nostra
provincia. I nostri giovani, però, devono un po’ abbandonare l’idea del posto
statale fisso. Noi Chiesa siamo a disposi­zione per accompagnarli a fare
impresa.

Però se ne parla poco. C’è un difetto di comunicazione e
pubblicizzazione del progetto Policoro.
Vero! Infatti, in questo senso, fra qualche giorno Taranto sarà
centrale in un interes­sante incontro di formazione per anima­tori del progetto
che si svolgerà nell’hotel “Delfino”. I risultati buoni arriveranno, quanto
prima, a patto che i nostri giovani ci seguano nel progetto.

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